AS BESTAS, di Rodrigo Sorogoyen (2022)
L'obiettivo si apre su un branco di cavalli bradi braccati da ogni lato da uomini. Corrono come impazziti, le lunghe criniere fulve come onde di un mare che ribolle, i manti lucenti sotto i quali guizzano muscoli poderosi in preda a scariche di pure emozioni e soprattutto all'istintiva diffidenza se non paura, terrore che ogni erbivoro ha nei confronti delle specie diverse, dei predatori come l'uomo. In Galizia è la annuale feria della doma a mani nude dei cavalli, As bestas. E come si doma un essere di libertà come un cavallo se non come sanno da sempre Xan e Loren, tra i più bravi a farlo, come si impone loro la cavezza se non spezzandone la volontà, atterrandolo in due contro uno, piegandogli la testa superba perché tocchi terra, tagliandogli simbolicamente la criniera, e tutto ciò con un corpo a corpo uomo-animale da cui può uscire un solo vincitore?
Questo solo sanno Xan e Loren, come conoscono questo solo modo di stare al mondo, questa sola modalità di relazione con gli altri, perché come sempre nelle logiche arcaiche lo schema è tratto dal rapporto uomo-terra, uomo-pianta, uomo-animale. È legge di natura per loro la forza, chiaro.
I corpi parlano più che mai in questo film. Parla il corpo scavato di Xan( Luis Zahera, straordinario attore), ferino nella sua magrezza, ispido e scabroso, tagliente come quelle lastre di ardesia con cui accomodano i tetti. Parla pure lo sguardo vuoto del fratello Loren/Diego Anido, quel Lorenzo che da ragazzo era così bello da stordire, prima che l'incidente e la miseria gli rubassero tutto e lo riducessero così.
Massiccio, terragno, una montagna di muscoli invece il corpo di Antoine( Denis Ménochet) il nuovo vicino, il forestiero dagli occhi scaltri e dalle molte parole, il "francese" con la sua aria sempre di superiorità, il signor sotuttoio che ha studiato, ha viaggiato, lui venuto con le sue idee strambe su come coltivare e il suo voto contrario alla vendita della terra a quelli delle pale eoliche. Lui venuto a rompere gli equilibri e le regole non scritte della comunità.
Questo western galiziano è anche un thriller, reso tesissimo dal conflitto che cova per poi implodere. Il conflitto è quello tra due ideologie intorno alla "terra" e alla "natura", una, quella dei contadini da generazioni come Xan che vede nella terra fatica, la fatica improba, senza fine e senza redenzione, di un immobile ordine eterno delle cose senza riscatto nė possibilità di cambiamento e vuole solo fuggire, l'altra, quella dei neorurali come Antoine, che sono quelli che hanno costruito sulla "natura" una mitologia salvifica e vedono nel ritorno alla terra una sorta di bagno purificatore dalle ingiustizie e falsità del sistema. Ma nel sistema però prima hanno vissuto, si sono formati, hanno acquisito le conoscenze con cui riconoscerne le contraddizioni, fiutarne le trappole, smontarne gli inganni.
Non è il loro un ritorno antistorico a un presunto Eden, anzi: hanno solo maturato una concezione nuova dell'agricoltura, che beneficia dei saperi portati dalla scienza e ripudia radicalmente i sistemi intensivi di sfruttamento del suolo a favore della rotazione delle colture, del rispetto delle sue esigenze. Una visione di cui sfugge a Pepito il senso quando va a trovare Antoine e vede che, dopo aver zappato spezzandosi la schiena un bell'appezzamento di terra, la lascia incolta, non pianta niente, perché - dice- deve riposare, dormire per un anno. Scuote il capo Pepito dinanzi a quello che gli pare uno spreco insensato, di fatica e denaro. Però, quando la moglie di Antoine, Olga, porta al mercato i suoi pomodori si accorge che tutti vogliono quelli perché - dicono- sono più buoni.
L'utopia rurale di Antoine è un progetto di vita il cui valore va al di là del denaro, altra cosa insensata. Antoine e Olga faticano da soli per restaurare le vecchie case abbandonate dai contadini. Non le venderanno poi, le regaleranno a chi vorrà stabilirsi lì. Serviranno a ripopolare il borgo, non a speculare!
La terra è come il mare, in fondo, e come per il mare ci sono due opposte visioni, quella del cittadino per il quale il mare è piacere, diletto, vacanza, avventura, gioco, e quella del pescatore, il mare/lavoro di pura sussistenza, il mare/fatica/pericolo, il mare nero che inghiotte e fa paura.
Nonostante l'apparenza, non di luoghi remoti e di quella che pare analoga selvatichezza negli uomini ci parla Sorogoyen. È dell'oggi che ci parla il suo film, della modernità, del capitalismo finanziario e della sua pervasività, delle sue rapinose pratiche alle quali non sfugge il più remoto tra gli angoli di mondo. Antoine riconosce le trappole delle sue lusinghe perché ne decodifica le logiche, gli inganni e le rifiuta consapevolmente: quelli che offrono quelle cifre con tanti zeri per i terreni, "quelli delle pale eoliche", sono norvegesi e quelli fanno gli ecologisti a casa loro solo perché esportano i problemi ai "selvaggi" del terzo mondo. Agli altri come loro, bruciati i pochi soldi che ora li ubriacano, resteranno le scorie, la devastazione delle terre che, dopo, resteranno improduttive per secoli.
Eppure sono quei soldi la febbre che divora Xan, è per quello che significano, quella "smania di cambiar stato" che gli fa desiderare cose concrete come comprare un taxi da guidare a metà col fratello, cambiare lavoro, vita, e poi avere anche lui una casa, una donna. Una donna come quella che invidia ad Antoine, una compagna che lavora sodo ma da padrona, una donna che pare quasi una regina e la sera mette una crema profumata nelle mani. Questo il groviglio, questo il motore del conflitto.
Solo un modo ha Xan per risolvere i conflitti, per domare puledri e uomini, la forza. Questa è la legge naturale che conosce. Non è buona, non è cattiva, è.
Quello che era un Western diventa man mano un thriller dal ritmo serratissimo, poi di volta in volta una inchiesta, uno scontro ancora una volta tra mentalità : ricerca della verità della compagna fedele da un lato e chiusura, silenzio ostile da parte della comunità o silenzioso boicottaggio di poliziotti/burocrati.
Dopo, la narrazione si allarga. La vicenda, vista ora dalla figlia( prima antagonista inquieta) lascia il posto al tema dell'amore man mano che lei indagando scopre l'intesa fortissima e la segreta tenerezza che era il cemento dell'unione e del progetto comune di vita di Antoine e Olga. Un amore "da invidia", dirà. Solo ora capisce che quell'incaponirsi di Olga è il suo modo di tener fede a un patto, un tener vivo l'amore.
Nell'abbraccio che si scambieranno due generazioni di donne, madre e figlia, al momento del commiato e nello sguardo che si scambieranno due donne, Olga e la vecchia madre dei due fratelli, nel momento dell'epilogo la speranza del cambiamento di mentalità. Forse, chissà, di nuove alleanze.
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