PARTHENOPE, di Paolo Sorrentino
Azzurro è un costumino steso ad asciugare sulla sedia e che Raimondo preme sul viso a respirarne l'odore( i veli soltanto d'altronde si addicono alla grazia innocentemente impudica di una ninfa nata dalle acque a cui viene dato nome Parthenope). Azzurro è quel "mare più bello del mondo", quel cielo contro cui la macchina da presa indugia in lunghi fermoimmagine su corpi di giovani dei e dee seguendo la danza dei loro sguardi desideranti, quelli con cui i giovani di tutto il mondo si rincorrono, si cercano ovunque nelle strade, nelle feste di una estate che sembra non finire mai. Una vertigine azzurra è forse quello che resta dell'incanto del piacere sognato da anime giovani che non conoscono ancora la pena della negazione, la prudenza del differimento, ma solo l'imperiosa tempesta del desiderio, l'azzardo incosciente del pericolo.
Perché azzurro è anche il colore con cui in pittura si rende la distanza, azzure sono le ombre, la lontananza nel tempo e nello spazio. Sorrentino evoca così la nostalgia della giovinezza, quell'alone dolce con cui rivestiamo il ricordo del suo fulgore trionfante e troppo breve, uno struggimento in cui è dolce persino soffrire un po' crogiolandosi dentro.
Parthenope o del dono della bellezza. La bellezza apre tutte le porte -diranno sempre tutti a Parthenope- la bellezza può darle tutto, è la chiave che può metterle in mano il mondo, preconizzano. Ha ricevuto un raro dono dunque, di cui lei sente però tutta l'ambivalenza: quegli sguardi lusingano, ma finiscono col diventare una gabbia dorata in cui una donna finisce col non sapere più chi è e cosa vuole realmente fuori dal cerchio del desiderio altrui; essere sempre circondati da ammirazione è certo vivere un privilegio ma un privilegio limitante se c'è anche una mente da soddisfare, fervida, assetata di sapere, di capire il senso di ogni cosa, che vuole risposte e le cerca per ora sui libri poi nella vita. E Parthenope è una donna nuova, figlia del suo tempo, la sua bellezza scorre lungo gli anni in cui il nostro paese freme di gioia di vivere, di istanze libertarie, di nuova consapevolezza femminista. Parthenope vuole scegliere, non lasciarsi scegliere, è una donna libera che vuole sperimentarsi, esplorare, lasciarsi andare, conoscere la vita e determinarne il corso assumendosi la responsabilità delle scelte. Il cammino spianato non la intriga, il copione prevedibile del corteggiatore, quel "lui"tanto potente da non potersi nominare, la annoia. Si nega a chi crede di abbagliarla coi giri in elicottero, coi banali champagne e ostriche, a chi piuttosto la incuriosisce, la seduce intellettualmente si concede, fosse pure un laido prelato dall'allusivo nome di Tesorone o un giovane camorrista che la introduce nel ventre di Napoli, nei "quartieri" e le loro leggi.. Protetta dallo scudo della bellezza, è attratta dall'inquietudine, dal diverso, dall'ombra. Non tesaurizza la sua bellezza, non è una astuta ragioniera dei sentimenti che sa di ispirare, Parthenope è intelligente, non furba. Rabbiosa la reazione del gentiluomo respinto perché non avvezzo certo a sentirsi rifiutare, abituato com'è a misurare tutto col metro del denaro e dell'utile: "non sei intelligente, avresti potuto avere tutto".
Come ogni gioventù che si crede invulnerabile nel guscio della sua perfezione intatta è invece attratta da chi porta i segni del male di vivere, dal diverso, dall'inquietudine, dall'ombra. Al volto spiegazzato dalla vita dello scrittore alcolizzato John Cheever, delle cui parole la sua mente avida si è nutrita sinora, riserva una carezza dolcissima. Da lui impara che "gli amanti si dicono sempre le stesse cose, per fortuna ci sono gli scrittori a variare le loro parole". La vita insomma accade e le istruzioni per l'uso è vano cercarle sui libri.
Dopo l'azzurro.
Tutto ciò fino alla cesura, quel suicidio che divide in due quella vita in quel prima e nel dopo in cui tutti di colpo si ritrovano adulti, chi fisso, pietrificato dal dolore come il padre e la madre di P., chi, come lei e come Sandro, vivi ma segnati e per sempre in fuga da sé stessi.
"È stata colpa tua" è una accusa terribile, una sentenza che, in bocca a una madre, a tua madre, non può che produrre un senso di colpa da espiare a vita.
Si potrebbe da qui leggere a ritroso la storia di Parthenope, il suo cammino di donna libera anche rovesciando il senso di quelle scelte come una serie crescente di cupio dissolvi, da qui gli incontri a quali si abbandona e che sono assieme una sfida, uno sperimentare l'ignoto, l'avventura, come anche un modo di punirsi, di espiare e dissipare il peso di quei doni divenuti molesti.
"E io mi sono perduta".
Non è frequente questo cimento, questo inciampo nel cammino di crescita di ogni eroe di romanzo? Non sono così nel mito e nei viaggi iniziatici gli incontri di formazione ?
Flora Malva.Il primo passo è spogliare di ogni illusione di eternità il dono della bellezza, accettare di perderla e Parthenope lo fa rispecchiandosi nella donna un tempo bellissima poi sfigurata irrimediabilmente dal chirurgo. Occorre guardarla in volto per guardarsi senza il velo della bellezza, capire come ci si sente, e Parthenope, audace, lo fa e a Flora che chiede amore lo concede perché, come le dice Flora "Le donne belle vengono sempre offese".
Anche l'incontro con Greta Cool potrebbe aprirle le porte del cinema. Anche in questo caso scoprirne il volto troppo umano, le meschinità, la grettezza sotto la maschera della diva internazionale venuta a onorare con la sua presenza Napoli, è vissuto da P. come un progredire nella conoscenza: quel cranio spelacchiato quando la diva perde la parrucca, quel suo ricordare ossessivamente la fame delle origini sentendo l'eco delle stesse parole del monologo di Sofia/Filomena Marturano quando racconta a Dummì i bassi da cui proviene, il caldo della folla dei corpi lì accalcati, le troppe forchette intorno allo stesso piatto a tavola, l'ammiccante alludere del padre alle sue forme per farle capire che era giunta l'ora di darsi da fare per sfruttarle. Ecco gli occhi sempre più tristi di Parthenope e gli occhi tristi di chi conosce il vero non piacciono alla cinepresa che vuole felicità, o almeno la sua maschera.
"Tutti cercano la propria punizione autodistruggendosi"
Nella personale discesa agli inferi di P ancora un incontro con l'altro, il giovane camorrista nuovo "re" dei quartieri, figlio di una Napoli lontana da quella dorata di P., quel ventre molle con i suoi culti, le sue leggi così barbariche e che sono allo stesso tempo il rovesciamento o l'imitazione di quelli ufficiali. La corsa in moto, il vento tra i capelli, l'avventura, l'offrirsi agli sguardi adoranti di quella folla, l'assistere a quei riti lubrichi per sancire una pace tra famiglie "regali" di camorra per poi, da questo incontro, fare una scelta con cui alimentare ancora una volta il proprio senso di colpa.
"Tu ami troppo o troppo poco?"le chiederà Tesorone per poi dirle "tu hai fuggito la maternità ". E Tesorone( "quell'uomo è un demonio", l'aveva avvertita il professore) come ogni demone/angelo caduto, sa far cadere l'essere umano nella trappola di sé stesso e la trappola di Parthenope è l'essere stretta tra bellezza e conoscenza. "Quando sai tutto muori presto e solo", "Il tempo scorre accanto al dolore", sue le frasi più "filosofiche"del film. Magnifico nel personaggio il contrasto tra la maschera repellente di orco dai capelli tinti e l'acume del suo giudizio, la fine conoscenza dell'animo umano. Miseria e nobiltà. Splendida l'interpretazione di Peppe Lanzetta.
Gli abbracci negati, gli abbracci donati.
"Io non la giudicherò mai, lei non mi giudicherà mai". Questo il patto che pone il professore Marotta a Parthenope che vuole seguirne le orme nella carriera universitaria, la giovane donna che si definiva come una che non sa niente e a cui "piace tutto" e sceglie ora come tesi "le ragioni antropologiche del suicidio". Un patto tra loro e l'offerta di un abbraccio, finalmente quell'abbraccio paterno e non giudicante che il padre pietrificato nel dolore non può più darle e senza il quale non si cresce, a dispetto di tutta la conoscenza che si possa accumulare.
Se è vero che " si cresce solo se si è sognati" e ogni figlio è un figlio prima sognato, allora ora Parthenope è pronta per l'ultima tappa del suo viaggio, quel "vedere" che è l'essenza dell'antropologia come insegna Marotta: può ora incontrare l'umano nelle sue infinite variazioni e fragilità e vederne la bellezza. Ed è un privilegio a cui la introduce, custodito nell'altra stanza, mostrandole il figlio di "acqua e sale", l'eterno bambino che sorride sempre, il figlio sognato divenuto figlio reale.
Il professore Marotta col volto mite e triste di Silvio Orlando che si accuccia nel suo lettino, accanto al figlio su cui vegliare è nel film un momento di pura poesia, di accettazione, comprensione, tutela della sacralità e della infinita bellezza della vita.
"È bellissimo".
Se la bellezza elegante dagli occhi velati di tristezza di Parthenope giovane era affidata a Celeste Dalla Porta, la Parthenope della maturità ha il volto maturo e bello di Stefania Sandrelli. A lei Sorrentino affida nel film il momento di quei riepiloghi di senso che sono possibili nella vita solo a posteriori, quando se ne riavvolge il filo, non quando le cose accadono, perché allora è il tempo di viverle e non si è pronti ancora a vedere. È su questo volto di donna che indossa consapevolmente tutte le sue contraddizioni, che dice di essere stata "triste e frivola", "viva e sola", e di come loro tutti fossero a un tempo "bellissimi e infelici", su questo doppio volto che Sorrentino con pudore, quasi non volendo, costruisce uno dei più bei ritratti di donna del cinema contemporaneo.
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