IL TEMPO CHE CI RIMANE, di Elia Suleiman
Questa sorta di sospensione del tempo entrando quasi in un sogno è espediente narrativo, anticipa la cifra stilistica e le soluzioni adottate (tra queste la ripetizione di alcune immagini primarie. Allo stesso tempo avverte che ciò che si narra é filtrato dal ricordo, e che questo è sempre un vissuto ricreato e parla dell'oggi. L'uomo che ritorna, il regista Elia Suleiman, compare così sin dalla sequenza di apertura, prestando al protagonista adulto il proprio volto dalla maschera triste alla Keaton, gli occhi sgranati da bambino stupito che guarda le storie dei grandi, nei capelli la ciocca ormai bianca del presente come a dirci invece quanto tempo è passato dai fatti che ricostruisce unendo i ricordi propri a quelli presi dai diari del padre, microstoria di una famiglia e macrostoria della Palestina arabo-israeliana. Li narrerà e quello a cui assisteremo è il racconto di un ritorno a sé stessi da una lunga fuga.
"Cronaca di un presente assente" è la scritta che compare sullo schermo e divide la sequenza iniziale dal lungo flashback che prende poi la maggior parte del racconto, a partire dal '48.
Dai ricordi dell'infanzia emergono in tutti noi, lo sappiamo, scene fissate chissà perché nella memoria. Si ripropongono ricorrenti, cicliche. Ci stupiamo talvolta dei particolari insignificanti che contengono, abiti, colori, odori.
Un soldato solitario marcia, neanche lui sa verso dove. Una voce dall'alto esorta la popolazione a deporre le armi e collaborare col nuovo governo israeliano: "È giunta l'ora della vostra liberazione!" dice stentorea dall'altoparlante, con quel rovesciamento orwelliano di senso che tutti gli universi distopici operano. La guerra arabo-israeliana si è conclusa e il sindaco di Nazareth costretto a firmare la capitolazione della città con inique condizioni di resa è proprio il nonno del piccolo Elia. Ma il figlio del sindaco, Fuad, quello che diverrà il padre di Elia, no, non accetta di deporre le armi. Ci sarà tra i palestinesi chi sceglierà il realismo, la rassegnazione al destino, chi invece l'esilio, la fuga in Giordania, come la fidanzata di Fuad, Thuraya. Fuad, dal volto bello, serio, orgoglioso di Saleh Bakri, lotterà con ogni mezzo, entrerà nella resistenza, ne sarà anzi l'armiere grazie alla propria abilità al tornio. Lotterà, sino a quando lo prenderanno durante un'azione . Bella la scena dei combattenti prigionieri nell'uliveto, legati, gli occhi bendati, uno per ogni albero, ancora un riferimento biblico, quasi un Getsemani che si conclude con una sorta di maldestra esecuzione. Lo credono morto, lo gettano giù dalla scarpata. Si salva, piagato nel corpo, ancora più irremovibile nello spirito.
I ricordi sono immagini statiche, per sempre fissate nella memoria del bambino Elia. Sono dolci nel ricordo, immersi in una luce serena, azzurrina o del verde tenero delle foglie gli interni della casa paterna, inquadrata
con simmetrie doppie, due le finestre, due le donne composte nel dolore. Amorevoli i gesti con cui la madre si prende cura, sistema la giacca al marito mentre gendarmi impacciati, riluttanti lo portano in carcere (soldati che poi sono magari il vicino, il parente che ha scelto il collaborazionismo del tirare a campare). Uno tra i tanti piccoli flash ironici disseminati nel film che irridono il non senso, la realtà in cui si vive nei territori occupati.
con simmetrie doppie, due le finestre, due le donne composte nel dolore. Amorevoli i gesti con cui la madre si prende cura, sistema la giacca al marito mentre gendarmi impacciati, riluttanti lo portano in carcere (soldati che poi sono magari il vicino, il parente che ha scelto il collaborazionismo del tirare a campare). Uno tra i tanti piccoli flash ironici disseminati nel film che irridono il non senso, la realtà in cui si vive nei territori occupati.
D'altronde che il punto di vista dal quale far emergere l'assurdo fosse questo lo si era intuito sin dalla scena della foto di gruppo dei militari occupanti coi notabili locali che sottoscrivono la resa: a dire il punto di vista vale la m.d.p.che, durante quello con magniloquenza definito un "momento storico", inquadra il largo sedere del fotografo che si china per scattare la foto.
Nella scuola elementare festoni e bandierine israeliane dicono che è un giorno di festa. Direttore e insegnanti hanno curato recite di poesie e canzoni patriottiche per la visita dell'ispettore. Simili i ricordi d'infanzia di chi è cresciuto sotto regimi perché simili le retoriche che li sostengono.
Il piccolo scolaro Elia è preso in disparte e ammonito dal preside perché dice cose sconvenienti, che non si dicono a scuola come "l'America è un paese imperialista" o "Israele è un paese colonialista". Dove mai può averle sentite?
Siamo negli anni '70.La voce accorata dello speaker dice che Nasser è morto. A scuola proiettano un film in cui Elia vede Kirk Douglas/Spartacus baciare la dolce Jean Simmons/Varinia. La scena interessa molto Elia ma ancor più sentir pronunciare a Spartaco le parole di difesa della dignità e del diritto alla libertà di ogni uomo. La maestra, custode della pudicizia negli adolescenti, si affretta a chiarire ai ragazzi che il bacio di Varinia "è perché per lei è come un fratello".
Lo scorrere del tempo, il tempo immobile, strozzato di chi non ha futuro, è diviso tra la disperazione del vecchio vicino di Fuad, il suo dolce scivolare dall'impotenza alla pazzia che periodicamente lo vede cospargersi di kerosene e tentare di darsi fuoco senza poi averne il coraggio, e i cambiamenti culturali che arrivano fin lì dal mondo fuori dal ghetto in cui loro, arabi palestinesi, vivono. La musica moderna si mescola ad esempio alla loro tradizionale. Peccato non averne evidenziato i testi sottotitolandoli, perché pieni di senso e legati alla trama.
Fuad, calmo, maturo, dissuade ogni volta il vicino, ogni volta un dialogo surreale.
Fuad, l'ormai calmo, maturo padre di famiglia, va a pescare spesso la notte lontano da Nazareth con un amico. Sempre, ogni volta, una pattuglia nella sua routine si ferma, si informa, si accontenta della risposta e se ne va. Ancora un filo di ironia sulla stupidità di una occupazione. In realtà il vecchio Fuad ha sempre procurato armi alla resistenza, prima costruendole, ora aspettando le barche che le portano dal Libano.
"Sangue, anima, Palestina" gridano ora giovani che hanno raccolto la bandiera di una resistenza sempre più disperata. Questo trova Elia al suo ritorno.
Si vive così a Ramallah, dove un carrarmato ti punta e ti segue mentre esci per buttare la spazzatura nel cassonetto e stai concordando con gli amici una serata nel solito locale a sentire musica, a ballare.
Un altoparlante avverte che è iniziato il coprifuoco mentre i giovani in discoteca ballano.
Elia è davanti all'altissimo muro che separa il ghetto dal mondo. Solo in sogno può prendere un'asta e saltare libero. Un sogno apre, un sogno chiude il cerchio.
Commenti
Posta un commento