FRANCOFONIA-Le Louvre sous l'occupation, di Alexsandr Sokurov(2015)

1940, giugno. I tedeschi entrano senza difficoltà in una Parigi semideserta che, con Petain, ha scelto di collaborare. Il conte Franz Wolff-Metternich, capo della Commissione per la protezione delle opere d'arte in Francia, incontra il direttore del Louvre Jacques Jauijard che ha già predisposto e quasi portato a termine un piano di evacuazione delle opere dal museo ai sotterranei di castelli e residenze private. 
È da questo incontro umano tra i due, una storia dentro la Storia, dalla loro intesa alla quale non servono molte parole perché l'uno sa vedere il valore dell'altro al di là dell'uniforme, in una sorta di riconoscimento tra uomini che credono negli stessi valori dell'Umanesimo ed hanno lo stesso senso del dovere. Jouijard predispone, pianifica, organizza. Metternich ubbidisce formalmente agli ordini di requisizione che vorrebbero le opere in Germania mentre in realtà temporeggia nascondendosi dietro gli intoppi burocratici. 

Custodire e tramandare, questa la missione che i due si sono dati e sentono comune. Custodi della Bellezza da tramandare alle generazioni future, difendono opere e cultura come il ponte necessario tra generazioni ed elemento di una identità europea tutta da costruire.
 Il loro è un riconoscersi tra simili che per certi versi ricorda quello tra von Rauffenstein e il capitano de Boeldieu nel film di Jean Renoir La grande illusione, dove però avviene tra appartenenti alla stessa classe sociale, l'aristocrazia, pur se di nazioni diverse e nemiche, per affinità valoriali ma anche di stile e per la fedeltà allo stesso comune codice cavalleresco che li induce a tributarsi onore reciproco. In Sokurov la nobiltà del sentire in entrambi è piuttosto appartenenza dei due uomini alla comune matrice umanistica e transnazionale, europea, della loro formazione. 

Film-saggio e film-elegia, ricostruzione storica e poesia, un vagare quasi da flaneur per le sale del museo-Arca. 
Come in "Elegia dorogi", Elegia di un viaggio, il mediometraggio che nel 2001 anticipa Arca russa, dove un uomo sogna e incontra gli spiriti del passato, li interroga per orientarsi in un mondo sconosciuto, anche in Francofonia la voce narrante di Sokurov interroga i volti che nel museo ci guardano dai ritratti e raccontano la loro storia. 

Tra le immagini forti del film restano le ali spiegate della Nike di Samotracia  che fuoriescono dalla gabbia dell'imballaggio che la imprigiona durante il trasporto. 

Mescola i linguaggi Sokurov nel suo film-saggio, dialoga coi grandi che tutti chiama a raccolta a presidio dell'arte, mescola piani temporali e tecniche, parla con Cechov e Napoleone, con la bella Marianne che ci guida per le sale mentre ripete "libertè, egalitè, fraternitè".  Come a dire che i regimi cambiano, l'arte resta. 

Il potere calpesta l'arte, la vorrebbe controllare, dominare, servirsene, adornarsene, ricavarne prestigio, luce. L'arte allora deve solo sopravvivere, a volte nascondendosi tra le pieghe della storia. 
Arte e guerra, Venere e Marte, sono più legati di quanto ci piaccia credere: ma senza le razzie, senza la vanità dei potenti che vedono nelle opere d'arte solo il lustro riflesso che gliene può derivare e un mezzo per eternarsi, per lasciare un segno nella Storia o per autoassolversi dalla violenza perpetrata per raggiungere il potere, esisterebbe l'arte stessa? 

Sokurov mescola, dicevamo, anche i piani temporali: voce narrante, parla via Skype col comandante della nave carica di opere da mettere in salvo. La nave sta per affondare e la scelta drammatica nel dialogo è tra gettare via il carico per salvare le vite degli uomini o salvare le opere in nome del fatto che l' arte supera il tempo e unisce le generazioni. La nave insomma come la Zattera della Medusa, il capolavoro di Gericault custodito appunto nel Louvre sul quale la macchina da presa indugia: quelli nella zattera siamo noi, uomini di tutti i tempi. Ci riconosciamo in tutta la nostra fragilità, in mezzo alle tempeste. 

Ancora una volta, come in Arca russa, il Museo è arca che protegge ciò che il tempo e la follia degli uomini distruggono, come infinito nel finito. 
  Ancora una volta, come nell'Elegia del 1989, "Salva e custodisci". 








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