THE WHALE, THE WRESTLER, BLACK SWAN. IL CORPO NEI FILM DI DARREN ARONOFSKY


Aronofsky, The wrestler, nel 2008, e poi Black swan nel 2010. Ora, nel 2022,The whale, a formare una sorta di trilogia che l'autore dedica all'ossessione tutta americana per il corpo e a storie di looser e di riscatti sognati e impossibili. 

Corpi forzati, spinti ai confini estremi da discipline autoimposte o da pratiche indotte, quasi a cercare il limite e a superarlo in una continua sfida con sé stessi. La pressione sociale spinge alla competizione dividendo in modo brutale il mondo in perdenti e vincenti. 
Corpo gonfiato da steroidi/anabolizzanti, corpo pompato nei muscoli e anestetizzato dalle droghe per non sentire fatica e dolore, e pillole, pillole, pillole per il Wrestler del film. Corpo smaterializzato dall'anoressia indotta e dalla disciplina estrema di un esercizio estenuante dietro la parvenza leggiadra e l'eterea eleganza per la ballerina del Cigno nero.
 La m.d.p li segue entrambi, ne spia ogni stilla di sudore, i piedi piagati della ballerina come i punti sparati nella carne del lottatore, li tallona implacabile in cerca dei cedimenti dei corpi come delle crepe che si aprono nelle loro anime. 

Poster, poster ovunque nel film e video e pupazzetti che riproducono gli eroi del wrestling nella storia di Randy/Rourke ribadiscono il dominio dell'immagine e il suo sfruttamento come business in una pratica che da sportiva è divenuta spettacolo splatter. Ma la superfetazione del corpo/immagine non può che comportare una spinta regressiva nell'anima. Nella personalità di Rourke/Randy emerge una sorta di infantilizzazione che gli impedisce di attuare comportamenti adulti nelle relazioni e gli fa mettere in atto piuttosto una serie di atti mancati. Infrange così i buoni propositi iniziali di riscatto nel rapporto inesistente sinora che ha con la figlia Stefanie, con lei ancora una volta un tradimento, una ennesima promessa mancata di esserci, un abbandono. Goffo e immaturo anche il suo tentativo di iniziare una relazione sentimentale con Cassidy : una promessa impossibile e un balletto da ragazzino esibizionista saranno in fondo l'unica manifestazione del suo esserci per lei. 
Bloccata in una infanzia perenne anche Nina, perennemente dipendente  dell'approvazione altrui e vittima di una doppia manipolazione, della madre e del coreografo. La protettiva attenzione della madre, il suo contare le calorie ingerite dalla figlia, sono a loro volta le nevrosi e il bisogno di riscatto di una ballerina frustrata perché fuori dai giochi per età e che proietta sulla figlia i propri sogni di successo, ad ogni costo e per interposta persona. Al corpo esile di Nina al quale la magrezza toglie i segni della femminilità matura, il seno, le anche, corrisponde una personalità altrettanto fissata alla fase preadolescenziale che le impedisce di immedesimarsi nella femminilità sensuale e oscura che le è richiesta per interpretare il ruolo del Cigno nero e la rende preda ideale della spregiudicata manipolazione del fascinoso coreografo. 
Del mondo della danza, più che piume, tulle, luci e fascino del palcoscenico Aronofsky preferisce mostrarci il "retrobottega", la fatica dei corpi, vene e tendini tesi nello sforzo, piedi sanguinanti e deformati,  lotta per la competizione in un ring non meno implacabile di quello in cui il wrestler Randy consuma il suo martirio. 

I loosers e le loro pulsioni autodistruttive sono un tema classico del cinema statunitense, con una abbondante letteratura. Rispondono evidentemente a un bisogno profondo di riscatto individuale di anime che si sentono vittime di un sistema. Per un regista sono facile garanzia di successo, sorreggono trame esili con cliché collaudati e forniscono periodiche e utili catarsi collettive a traumi come guerre e violenza endemica. 
Arti artificiali usati come armi durante il combattimento, reduci in malinconiche adunate, corpi maciullati da filo spinato, bandiere iraniane da spezzare sul ring contro combattenti dal nome significativo di Ayatollah, sono atti a catalizzare odio politico e adrenalina negli spettatori di questi moderni ludi gladiatorî.

Speculari e complementari a queste arene, luoghi altrettanto deputati al consumo dell'immagine dei corpi - questa volta femminili- sono i locali di lap dance, come quello in cui il relitto umano Randy incontra la sua omologa  Cassidy. Anche lei, spogliarellista ancora bellissima, è "vecchia" per il mestiere e a fine corsa, come si sente dire da chi la ingaggia per periodi sempre più brevi. 
Carni "lavorate"le loro, corpi/merce ormai a scadenza ravvicinata, come quella esposta e scartata negli scaffali del supermercato in cui si riduce a lavorare Randy, altro luogo simbolo in cui vedremo consumarsi la sua parabola discendente. La sua dissociazione mentale dalla realtà, il suo confondere realtà e fantasia, prima di sclerare rompendo tutto, è resa efficacemente nella sequenza del suo scendere le scale del magazzino e scostare i teli di plastica che lo separano dal reparto di macelleria/salumeria come se stesse ancora una volta salendo sul ring, aprendo un sipario per esibirsi scuotendo muscoli e criniera bionda e battendo sui gomiti per spaventare ancora l'avversario. 

È Cassidy, il doppio femminile di Randy, a fornire allo spettatore la chiave interpretativa cristologica del film, un ammiccamento allo spettatore la citazione del film di Mel Gibson, La Passione, e il suo leggere lo schema martirologico delle ferite nel costato, nella testa, nelle mani maciullate di Randy che riproducono quelle di un moderno Cristo. 

Ancora un corpo forzato e deformato in The whale, questa volta da un impulso autodistruttivo, come spesso è inizialmente la fame bulimica, quella che può nascere come fame di affetto o compensazione, vuoto da colmare, e presto diviene odio per un corpo dentro cui si è cercato guscio, corazza, protezione e divenuto presto prigione e causa di allontanamento dagli altri.
La "balena" spiaggiata sul divano, costretta a servirsi di una sorta di arpione per raccogliere gli oggetti e che, faremo presto a capirlo, vorrebbe presto in realtà solo infierire il colpo definitivo al corpo/balena che imprigiona la sua anima ferita è quella di Charlie, il professore di inglese che ama Melville e si identifica sia in Moby Dick che in Achab, nel corpo/mostro e assieme nel suo arpionatore. Il protagonista è impersonato da Brendan Fraser. Suo, come era facilmente prevedibile, l'Oscar per il migliore attore. Il film, debole per la trama di impronta teatrale, si svolge tutto in una stanza, e trova la spettacolarità solo nell'indagine impietosa del corpo di Charlie, così come cerca  il ritmo narrativo con l'espediente di ritardare il rivelamento delle vicende del passato che hanno innescato il meccanismo autodistruttivo di Charlie nel presente. Questa centralità nuoce anche allo sviluppo mancato dei personaggi collaterali che irrompono sulla scena in modo forzato e bozzettistico. Chiede pure allo spettatore una sorta di partecipazione voyeristica, simile in ciò a certa tv/verità in cui il piacere perverso è quello di sentirsi narrare vite di accumulatori seriali sepolti da cataste di oggetti da cui non riescono a separarsi, obesi estremi, anoressici, pulitori ossessivo-compulsivi di case, etc. Nel cinema antecedenti a Charlie li troviamo poi più recentemente nel personaggio di Precious o, più indietro, nella madre altrettanto obesa estrema perché infelice e abbandonata dal marito del giovane Di Caprio di Buon compleanno, mister Grape.
L'omosessualità, vissuta come colpa nel giudizio degli altri familiari e per la religione, emerge invece felice e priva di colpa nel ricordo del tempo dell'innamoramento di Charlie per Alan, con Alan. 
Anche in Charlie la vita strozzata nel corpo induce una sorta di infantilizzazione dell'anima che lo porta ad essere "buono", a non vedere le verità che gli vengono gridate contro, a fabbricarsi ingenui sogni di riscatto. Vuole credere che la figlia Ellie sia "fantastica" e interpreta le sue azioni di delazione, stalking e cattiveria come azioni volte al bene. La ex moglie capisce invece con amaro realismo che la rabbia in cui è cresciuta la ragazza ne ha fatto una persona portata a ferire gli altri perché stiano male come lei e che non si fa scrupolo a fare cattiverie perché questo la placa per qualche istante. Lo avverte, ma gli occhi perennemente inondati di lacrime di Charlie, pieni di quella colpevole ingenuità di chi si è annidato in una sua realtà parallela e lì vive, negano, offrono una diversa versione dei fatti. 

Corpo da sublimare o da punire, da piegare a immagine di impossibile perfezione o di potenza, o corpi da offrire ad una divorante pulsione di morte. 
Punire l'anima peccatrice o liberarla dalla prigione del corpo. 
Una sorta di volo/levitazione per l'ultimo sogno di planare sul ring da vincente per Randy. 
Una specie di ascensione al cielo a chiudere la vicenda umana di Charlie. 

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