TÁR, prodotto e diretto da Todd Field
"Tár on Tár" è il titolo dell'autobiografia che Lydia Tár sta ultimando mentre lavora in contemporanea alla Quinta di Malher. Della sua opera omnia ha registrato ormai tutte le sinfonie tranne questa, la più innovativa,"il mistero" da penetrare, per usare le sue parole.
Libro e registrazione segnano quindi due punti fermi nella brillante, sorprendente carriera che l'ha portata ai vertici del successo internazionale e alla direzione delle più grandi orchestre. Nel film seguiremo le tappe della sua formazione eclettica sin dai titoli di testa e dalla intervista iniziale che va dagli studi alla Julliard al PHD ad Harward sino agli anni passati presso le comunità primitive Ucayali del Perù a studiare la loro cultura musicale. Ha vinto tutti i premi e riconoscimenti più prestigiosi così come si è impegnata nell'organizzare campi per i profughi. Ha soprattutto fondato Accordion per promuovere le musiciste, aiutarle a sfondare il tetto di cristallo che le limita nell'ambiente fortemente maschilista e gerarchico della direzione d'orchestra. Che non accada ai nuovi talenti femminili emergenti - sottolinea- quello che accadde a pioniere come Antonia Brico che pur di dirigere i Berliner o la London dovette accettare di comparire come direttore ospite, mai come titolare. La sua storia le ricorda quanto devono donne come lei, arrivate all'apice, a tutte le donne che hanno spianato la strada, le Nathalie Stutzmann o le Nadia Boulanger, le altre tutte che nomina e onora.
Vita e arte coincidono in Lydia Tár.
Per tutto e in ogni istante è la musica al centro dei pensieri. Cerca il senso di ogni nota alla ricerca della sua verità primigenia, sotto le incrostazioni della consuetudine, oltre le limitazioni del canone.
Le note della n. 5 di Shostakovich si fondono coi gesti della quotidianità quando la m.d.p la segue mentre si lava i denti o flirta con una ammiratrice dalla bella borsa rossa che la sta apertamente adulando o quando prova dal sarto le giacche o si allaccia le nere scarpe stringate maschili. Sempre tutto converge ed è assorbito dalla riflessione sull'interpretazione.
Ogni artista è così, concentrato sulla propria visione, spinto dall'urgenza di affermarla. Occorre che Sharon, la sua compagna di vita e di arte, si rassegni, capisca il suo posto.
Li'l Darling di Count Basie calma i battiti accelerati del cuore di Sharon in ansia da abbandono mentre Lydia la abbraccia. La musica morbida di Cole Porter canta Ev'ry time we say Goodbye e riscalda uno dei rari momenti di serena conversazione serale della coppia nella bella casa mentre Sharon versa del vino a Lydia.
Maschile? Femminile? Maestro? Maestra? Le dispute nominalistiche non le interessano. Le interessa piuttosto il miracolo della musica che rinasce. Come l'arte tutta che è sempre nuova, sempre contemporanea. Le interessa l'incontro tra l'insieme di quei segni neri lasciati da un autore sul foglio e una mente che li interpreti, fervida, recettiva, aperta.
Robot, robot, robot. Più volte Lydia usa questa parola con ira, più volte inveisce contro un mondo diventato di specialisti, un mondo che chiude le persone, la cultura in rigidi comparti. "Se provi a fare più cose vieni criticato".
"Non c'è gloria per un robot!", risponde Lydia a Kaplan che cerca di carpire il segreto delle sue innovative interpretazioni e, commentando le prove del Mahler cui ha assistito, si dice stupito da quello che ha saputo "tirar fuori dagli archi!".
Capiremo come riesca a far emergere il "tremendo" e il sublime quando con le interruzioni spinge gli orchestrali alla massima tensione emotiva. Durante le prove porta il "disordine" dove ha trovato solo politezza e perfezione. Tár smonta i pregiudizi di genere nella vita come le rigidità del canone nell'arte o l'abitudine nell'interpretazione.
"Cose radicali", invoca!
"Scordate Visconti, non vi aiuterà", dice ai suoi orchestrali durante le prove dell'Adagietto. Li aiuterà invece capire, leggere con occhi nuovi la partitura ormai ossificata proprio perché così conosciuta, così amata e popolare. Gioverà ricordare che se l'interpretazione di Bernstein dai tempi dilatati ne ha fatto emergere il senso di struggente malinconia di una storia al tramonto, Mahler lo compose invece per celebrare la gioia di un amore giovane, allo stato nascente. Ai 12 minuti dell'esecuzione del Maestro Tár opporrà i 7 minuti della sua interpretazione.
Anche alla Julliard, tra i giovani che si dicono liberi, Lydia trova non vecchi ma nuovi pregiudizi da scrostare mentre fa lezione a Max che si rifiuta di studiare Bach perché, coi suoi 20 figli, è figura "contraria ai suoi principi di persona pangender". Mentre Lydia, lesbica dichiarata, smonta questi deliri ideologici, la gamba di Max è sempre più nervosa e il giovane abbandona la lezione.
"Qual è la funzione del direttore d'orchestra", le chiede il giornalista. Un Maestro per una innovatrice come Lydia è ancora il "metronomo umano" della tradizione?
Beh, in un certo senso, "qualcuno deve fare partire l'orologio", conviene Lydia "qualcuno deve piantare la bandiera nella sabbia" o battere come Lully il tempo col bastone. Ma ricorda che questo non è più l'unica funzione come per i vecchi kapelmeister, il ruolo è cambiato molto con l'ingrandirsi delle orchestre e l'evolversi dei repertori.
Oggi occorre soprattutto qualcuno che coordini e faccia emergere una linea interpretativa e, perché no, la imponga.
Se è propria del maschile questa attitudine occorre allora che chi dirige una orchestra la faccia propria, che sia nato anagraficamente donna o uomo.
La piccola Petra, figlia adottiva della coppia che L. forma con Sharon, figlia di due musiciste, gioca ad allineare orsetti e bambole a formare un'orchestra mettendo loro una matita/bacchetta in mano. Le dice di toglierle. "Non possono dirigere tutti, un'orchestra non è una democrazia".
Il tema della canzone "Per Petra", nel film dono musicale di Lydia per la figlia, nella realtà di Hildur Gudnadottir, torna più volte nel film, sia nella versione vocale che per solo orchestra della London Contemporary.
"Sono il padre di Petra", si presenta così a scuola per difendere la figlia da una compagna che la bullizza.
Se il "maschile" è il portato del ruolo, lo è soprattutto perché intrecciato alla conquista e poi gestione del potere. Vediamo Lydia esercitarlo. Ne ha imparato i segreti, i trucchi per arrivare dalla stessa Sharon, prima di lei nell'orchestra. Potere è anche quello di licenziare, travolgere vite, e Lydia lo esercita con Sebastian. Potere ha a che fare col denaro e i finanziamenti da reperire. Sa come dosare diplomazia, magnetismo personale nelle relazioni. Il potere porta vantaggi da trarre, anche sessuali, da una sottomissione spesso spontaneamente offerta. E tutto ciò le è ormai congeniale. Una seconda natura per lei "usare" gli altri come guardare sempre avanti dopo gli inciampi, come con l'incidente di Krista.
L'immersione nel ruolo di Lydia Tár per Cate Blanchett è totale, perfetta nella resa. Dominante il gesto ampio con cui chiama l'orchestra come nervoso, puntuto quando si concentra nella contesa interpretativa su ogni singola nota. Blanchett offre alla mdp un volto privo della maschera del trucco con gli stessi modi sbrigativi, tranchant, coi quali si è liberata negli abiti degli orpelli della femminilità. Audacemente fluida, audacemente assertiva, Lydia/Blanchett.
Una serie di paraventi nell'anfiteatro impedisce lo sguardo alla giuria che deve scegliere tra due candidati al posto di violoncellista per l'orchestra perché la scelta sia quella del suono giusto, avvenga per merito e non sia influenzata dai pregiudizi di genere.
Il suono è quello del violoncello nel concerto di Elgar op. 85, il timbro rotondo, bello audace, il piglio deciso, la passione che affiora sono quelle di Olga Metkina.
A volte l'incontro con l'ombra avviene così. Sharon ne sentiva il presagio, ne leggeva i segni.
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