GLI SPIRITI DELL'ISOLA (THE BANSHEES OF INISHERIN), di Martin Mc Donagh
1923, Inisherin, piccolissima isola irlandese, forse immaginaria.
Di là dal lago dalle acque nere echeggiano spari, ultimi fuochi di quella guerra eterna che da lotta per l'indipendenza dagli odiati inglesi si è trasformata presto in sanguinosa guerra civile tra fratelli irlandesi, divisi come sono ormai tra irriducibili nazionalisti repubblicani e unionisti dell'Ulster.
Inisherin come i-solitudine di un mondo chiuso, arcaico, immobile nel tempo.
Inisherin dalle verdi grandi distese piatte geometricamente divise in rettangoli uguali. Muretti a secco di pietre aguzze, taglienti come il vento che spazza i campi e come i caratteri dei pochi abitanti - volti scuri in abiti scuri- segnano/separano anche gli stretti sentieri che collegano le poche case sparse.
Inisherin dai cieli densi di nuvole, con le scogliere a picco e le case di pietra nuda, grezza, coi pavimenti di terra battuta in cui coabitano uomini e spesso l'asino, la capra e il cavallo. A fine giornata il luogo della socialità è il pub fumoso dalla povera insegna dipinta sul muro, in cui bere un boccale di quella densa birra nera e fare quattro chiacchiere. Se si è fortunati e Colm Doherty è in vena, assistere a una delle sue session di improvvisazioni al violino, cantare con le donne le vecchie canzoni gaeliche, divertirsi un po'. A Colm Doherty presta il talento di vero violinista e la presenza fisica Brendan Gleeson. Magnifica la sua recitazione.
Quali le radici dell'odio e come iniziano le guerre grandi tra i popoli, le faide che nelle società chiuse, arcaiche, si tramandano per generazioni tra famiglie e fazioni? Dialoghi da teatro dell'assurdo di sapore beckettiano rivelano come precipita l'amicizia interrotta tra Colm e Pádraic e quali trasformazioni operi presto sui loro caratteri.
Non sono semplicemente due caratteri quelli di Colm e Pádraic, ma due risposte diverse al senso della vita. L'uomo che "pensa", com'è a detta di tutti Colm, fa bilanci esistenziali (e chi pensa decide poi conseguentemente che non ha tempo da perdere) e l'uomo che si conforma, si adatta al mondo com'è Pádraic, figlio di un uomo "gentile" e quindi ora gentile a sua volta, che indossa la maschera della bontà e della gentilezza per negare l'assenza di senso della sua vita.
Una cesura ora a dividerli in un prima e un dopo.
A confermare il taglio teatrale che Mc Donagh ha dato al film i loro dialoghi interrotti dall'aprirsi e chiudersi come sipari delle nuvole turneriane nel cielo e dall'andare su e giù per i sentieri di uomini e bestie.
"Non mi piaci più, tutto qui".
Come sempre, come d'abitudine, come fanno tutti, Pádraic, passato a prendere l'amico per andare al pub dopo il lavoro, si sente motivare così il rifiuto della sua compagnia. Per Colm significa semplicemente che piaceva al Colm di ieri, quello che pazientava, non al Colm di oggi, quello che non ha più tempo da perdere perché ha semplicemente deciso di occuparsi di sé stesso, di avere un progetto proprio di vita, di sottrarsi al modo adottato da tutti nella comunità per essere accettati, stordirsi di birra e di chiacchiere e distogliere lo sguardo da quel che non va. Il nuovo Colm vede con questi nuovi occhi Padraic Súilleabháin e lo trova limitato, "ottuso", insulso. Gli piace di più infatti da ubriaco, quando la maschera si incrina e trapela il vero volto. Il nuovo Colm esce dalla relazione perché vuole concentrarsi sulla sua musica e non vuole zavorrarsi con le chiacchiere con le quali Pedraic e gli altri riempiono il vuoto e l'incapacità a costruire relazioni autentiche, mature.
"L'ho cronometrato, due ore buone a parlare di quello che hai trovato nelle feci della tua asina nana Jenny".
"Non era il mio asino, era il mio pony. Il che dimostra quanto bene tu mi stessi ascoltando!"
Finché l'uno supporta l'altro con la sua solidità, ne accoglie i silenzi e le ciarle, la relazione amicale dura e fa da supporto reciproco, ma quando Colm si sottrae anche le certezze su cui Pádraic ha costruito la propria risposta al mondo crollano. il buono, il gentile, il "simpatico" Pádraic, l'uomo che trova conferma alla giustezza del proprio carattere nell'opinione degli altri, ferito dal rifiuto, comincia a dubitare di sé, a guardare con nuovi occhi la considerazione che della sua immagine hanno gli altri, a temere in definitiva che "simpatico" sia un modo gentile di dire agli altri senza offenderli che li si trova insulsi e che "gentile" significhi per tutti debole, forse addirittura scemo. Queste crepe nella corazza rese in passaggi velocissimi di espressioni sul viso stupito e poi ferito, sempre più cupo, duro, del bravo Colin Farrell confermano la chimica recitativa della coppia Gleeson e Farrell, rodata dai tempi di In Bruges. Le categorie stesse di buono e cattivo si incrinano e alternano nel rapido precipitare degli eventi : Colm, indossata la maschera dell'irremovibile non esita però a sorreggere l'amico caduto e aggredito, Pádraic, che sperimenta dolore, lutto e perdita e si scopre capace di violenza, vendetta e odio implacabili.
"Ci sono cose che non si superano", dice ora Pádraic.
Un'altra persona "pensa" sull'isola, Siobhán, la sorella, l'altro supporto emotivo di Pádraic. Anche lei viene meno a Padraic, rompe il patto che li vede nella vecchia casa, a dormire ancora nei lettucci gemelli di quand'erano bambini, lei a preparare il porridge e pulire lo sporco che gli animali portano in casa. È una donna che pensa, che "legge", ha risposte pronte e taglienti su tutto, persino su Colm con le sue fantasie musicali di immortalità basate su date sbagliate. Ha un cappotto giallo, una lettera in tasca e un progetto di vita. Anche lei finalmente esce dall'immobilismo, dall'assenza di stimoli e prospettive a cui l'isola condanna i suoi abitanti. Parte, si fa una vita altrove. Il cast tutto irlandese vede la bravissima Kerry Condon nel ruolo di Siobhan.
Nel microcosmo di Inisherin, in cui cento occhi vedono, giudicano ma fingono di non aver visto, non può mancare uno scemo del villaggio che scemo non è. Il posto tocca sempre a esseri infelici, feriti, fragili e qui spetta a Dominic, coi suoi disturbi mentali e l'insicurezza la cui fonte faremo presto a capire. Tutti sanno quel che succede in quella casa, cosa subisce Dominic, il figlio del poliziotto, il padre/padrone, l'orco violento dalla sessualità distorta che picchia selvaggiamente dopo essersi ubriacato il figlio quando si sottrae alle sue attenzioni.
Poi il tenero, goffo tentativo di Dominic di dichiararsi a Siobhán, di cambiare la propria vita. Spezza davvero il cuore la frase con cui Dominic accetta il rifiuto e si allontana, "Beh, il sogno è svanito". Perfetto il volto, intensa la recitazione di Barry Keoghan.
Un'altra donna è "stramba" nell'isola. Questa non legge romanzi, ma tace, osserva, deduce e predice. Fa paura alle genti e Siobhán si nasconde dietro i muri al suo apparire, dice Padraic. È vecchissima e ha un mantello nero, fa il segno del silenzio e invita piuttosto con un segno della mano chi la incontra. Forse è la banshee premonitrice di morte per chi la vede e che grida nella notte di cui parlano le leggende di quelle terre, forse è solo che i suoi occhi hanno visto tanto e sanno dove portano le spirali che si avvitano, a quali tragedie portino certi meccanismi nelle relazioni tra popoli e tra persone.
Altri occhi osservano l'umana follia degli uomini in guerra, i tanti animali, il bel collie di Colm, il cavallo da tiro di Padraic, il pony e l'adorata asinella Jenny.
La voce celestiale di Jessye Norman che canta il lied di Brahms op. 7 No5 Die Trauernde accompagna i tormenti di Pádraic che cammina e non si dà pace, quella di John Mc Cormack che canta l'aria "siciliana" di Mascagni"O Lola ch'hai di latte la cammisa" rende invece coi suoi singhiozzi lo strazio che dilania l'uomo quando trova il cadavere di Jenny. Da isola a isola, perché l'esperienza del lutto, del dolore e della perdita sono universali. Intelligente e profonda quindi la scelta dell'autore delle musiche originali del film Carter Burwell di mixare musiche locali gaeliche e brani d'opera.
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