WOMAN IN GOLD, regia di Simon Curtis (2015)

Vienna, 1907.
L'uomo col lungo camicione lavora a una grande tela, un quadrato di un metro e trentotto per lato in cui ha già perfettamente reso il fascino del volto della donna che ha di fronte, i grandi occhi di velluto nero, il rosso tumido della bocca malinconica dischiusa e sensuale. Si intuisce un'intesa dallo scambio di battute tra loro, forse di desiderio represso. La testa, sormontata dall'onda scura dei capelli, K. vuole che poggi un po' reclinata sul collo interamente coperto dal bagliore dei diamanti di un incredibile collier de chien: tutto nel ritratto che l'artista ha in mente deve dire al mondo che la donna del ritratto, Adele Bloch-Bauer, è simile a una dea.
Il pittore è Klimt e vede lei, Adele, come una regina egizia e sa che a re e dei si tributa l'oro, l'oro che sempre evoca il sacro. Klimt ne ha scoperto il potere quando, abbagliato da tanta maestà, ha visto a Ravenna i mosaici bizantini. E allora nel ritratto collocherà il volto della donna divinizzata in alto sulla tela, come la vede chi si pone in basso e la adora, allungherà le linee del corpo e dell'abito facendole sconfinare in primo piano a comporre come un grande triangolo d'oro su cui quel volto e quelle mani avranno risalto( le stesse mani intrecciate e snodate in verticale che Schiele, l'allievo, farà propria cifra stilistica). 
Klimt copre di missione e poi di foglia d'oro i tanti simboli di cui ha cosparso fittamente abito, mantello e sfondo: lance e triangoli( simboli maschili, fallici, di potere e qui di desiderio così come i rettangoli) e poi cerchi, fiori stilizzati, spirali semplici e doppie(simboli femminili, di fecondità come i chicchi di caffè che alludono invece all'apparato sessuale femminile esterno), croci, occhi di Horus per augurare alla donna ricchezza, regalità, buona salute. Per tre anni l'artista lavorerà alla sua donna tutta d'oro. 

La m.d.p. indugerà più volte sulla magnificenza dell'oro che abbaglia e invade lo schermo coi suoi simboli misteriosi incisi. . Forse chi vede il quadro non ne decodifica il linguaggio arcaico, ma che il senso resti oscuro a Klimt non interessa, fa parte del gioco: non è alla razionalità che le sue opere devono parlare ma all'inconscio. L'inconscio degli uomini che in tutti i tempi guarderanno il suo quadro riconoscerà il messaggio. L'opera sarà per sempre contemporanea, aperta, sempre nuova per chi la vedrà. 

Los Angeles, 1988. Al funerale di Louise Altmann, la sorella Maria( Helen Mirren) ricorda con parole commosse ma sobrie le  vicende che hanno portato le loro vite da una felice giovinezza in Austria alla loro seconda vita da profughe in America, la fuga da Vienna, una famiglia felice, coesa, decimata. Distrutta, espropriata la loro fortuna. E poi l'Olocausto. Un passato su cui ha chiuso una porta che non vuole riaprire. 
Al funerale però l'incontro con una amica, madre del giovane avvocato che porta il nome importante del nonno, il grande compositore Shönberg, le dà l'occasione di chiedere un parere legale sulle lettere ritrovate della zia. La zia è Adele, la Adele del ritratto. 
Da qui inizia davvero il film. Il regista Curtis lo costruisce intorno alle vicende connesse al quadro con mestiere, mescolando i generi, l'inchiesta, il legal con i suoi duelli in tribunale tra Davide/Shönberg e Golia/Stato austriaco, i flashback storici: intorno a quel quadro tutto si intreccia, passato e presente, grande Storia e nazismo, razzie dei beni degli ebrei, le storie individuali di Maria, che vuole e non vuole riaprire quella porta in cui ha chiuso il passato per difendere la sua piccola tranquillità del presente e di Randy che, come tutti i giovani è proiettato nel futuro e non conosce le proprie radici culturali ebraiche. Nell'aula si deciderà quindi non solo la sorte di un'opera d'arte ma insieme il prestigio, l'identità stessa di uno Stato, l'Austria, che di quell'opera ha ormai fatto un simbolo identitario. È in gioco anche il futuro professionale di un giovane avvocato dal nome di grande peso da onorare e con un passato familiare da ritrovare. Avranno il loro peso le motivazioni di altri comprimari, il desiderio di giustizia dei giovani democratici austriaci che  aiuteranno Maria nella sua battaglia e il miliardario Lauder che vuole comprare l'opera per la galleria che ha appena aperto. (A spuntarla sarà soprattutto il carattere di Maria, il cui spirito elegante e acuto, la intelligenza empatica con cui riesce a coinvolgere e convincere alleati e a controbattere e spiazzare gli avversari sono molto ben delineati da Helen Mirren. 

Buon mestiere, dicevamo, per la regia e per la recitazione. Il film rinuncia però a dare anima alla sua parte migliore, quella suggestione dell'opera intorno a cui ha inizialmente costruito la sua trama per affidarsi a schemi narrativi più collaudati e in grado di conferire un ritmo più serrato. 

Al ritratto di Adele Klimt dedicò tre anni. Due sono le versioni note. Una di queste è quella di cui il film narra le vicende e attende chi vuole ammirarla alla Neue Galerie di New York, fondata da quel figlio di Estée Lauder che compare nel film. 
🎥Marisa Sapienza 



 





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