TURNER (Mr. Turner), di Mike Leigh (2014)

Meglio, come sempre, il titolo originale: "Mr. Turner"ci dice l'intenzione del regista di parlare dell'artista Turner restituendone al contempo e senza idealizzazioni tutta l'umanità, le fragilità e le contraddizioni del carattere, le miserie di alcuni comportamenti e la grandezza innovatrice e potente della visione. Leigh lo fa restringendo l'arco della biografia agli ultimi 25 anni di vita del pittore ormai affermato e adottando una narrazione ellittica che salta i nessi causali e costruisce il ritratto per accumulo di momenti rivelatori. Questi trovano poi circolarmente soluzione in scene successive. 

 - Da luce a luce. 
Una luce calda avvolge la scena iniziale che vede Turner, borsa dei colori a tracolla e taccuino degli schizzi in mano, immerso nel paesaggio olandese. Mentre la macchina da presa segue le due donne col tipico copricapo che avanzano portandole in primo piano, la figura del pittore indietreggia sullo sfondo confondendosi col paesaggio, in controluce(ricordiamoci di questo effetto mimetico quando più tardi parleremo di cercare l'elefante di Annibale in un quadro!).
 Il giallo cromo è peraltro il colore più usato nei quadri di T.: compare sempre negli impasti che lo vedremo stendere sulla tela brandendo il pennello con gesti furiosi, contro tutte le regole accademiche, o mentre sputa sul colore fresco per poi sfumarlo con uno straccio tra scandalo e stupore divertito dei colleghi. Altre volte diluisce il pigmento sino a renderlo liquido per poi spruzzarlo o schizzarlo in un gesto che precorre il dripping. Un giallo solare taglia spesso un suo quadro al centro, come una lama che separi la luce dall'ombra. 
La fotografia del bravo Dick Pope evocherà più volte la particolare luce dei fiamminghi in tante inquadrature, nei personaggi in controluce, ripresi di profilo o di spalle,o nella luminosità di latte e di oro dei paesaggi, giocando con la memoria pittorica dello spettatore a indovinare i riferimenti. 
Dell'uomo Turner si dirà. La vicenda terrena di Turner pittore sta invece tutta dentro questa ricerca della luce e non può che chiudersi col grido/rivelazione che con voce stentorea trova la forza di emettere tra gli ultimi rantoli dell'agonia:" Dio è il sole". 

-Tre gradini. 
Gentiluomini e committenti in visita nella casa-atelier di Turner. Li accoglie Turner padre, il vecchio barbiere nella cui bottega Turner bambino disegnava ritratti dei visitatori prima ancora di parlare, un padre divenuto ora amorevole solerte assistente/aiutante di bottega del figlio. Lo vediamo preparare tele, pestare nel mortaio colori, ma anche accogliere clienti e creare atmosfere giuste a valorizzare le opere dell'artista.  Un sodalizio forte il loro, una vera, ruvida, silenziosa ma reale intesa tra uomini che si capiscono con poche parole. 
Quasi regista di un sortilegio, T. padre fa in modo che i visitatori, dopo aver sostato per qualche istante nel buio dell'anticamera, scendano i tre gradini che portano all'atelier per qui essere quasi investiti, immersi di colpo nella luce che piove dall'alto dai lucernari, filtrata da veli ma, soprattutto, quasi emanante dalle grandi tele dell'artista. 
Una grande tela sembra dominata unicamente da un paesaggio di ombre e di luci. Il titolo invita però a guardare meglio ciò che non si rivela al primo sguardo nelle masse di colori caldi, rosseggianti o ombrosi in basso, a distinguere molte figure, un esercito in marcia:"Bufera di neve. Annibale e il suo esercito attraversano le Alpi". Turner padre, sornione, invita lady Sommerville, la celebre matematica e astronoma venuta in visita e che ha stuzzicato prima la curiosità dell'artista mostrandogli un prisma, a cercare nel quadro un elefante. C'è, assicura. Eccolo l'elefante, centrale ma in controluce,  invisibile benché centrale o forse proprio per questo.
Di Turner non si conoscono autoritratti della maturità, a parte quelli giovanili fatti come prove per entrare nella Royal Academy of the Arts, ma spesso chi dipinge si diverte a nascondersi nel personale gioco a rimpiattino che intrattiene  con chi guarda e forse per meglio rivelare un punto di vista eccentrico. 
Si può ad esempio guardare il mondo sentendosi come un elefante giunto sulle Alpi. 

-Di rosso un tocco. Quanto basta. 
Questa volta la sfida è tra l'artista e l'accademia con le sue regole, con la fissità del canone che legittima un'arte fatta per compiacere potenti, lusingarne le vanità e adornarne i salotti. Eppure con loro bisogna pur trattare: il giallo cromo è rincarato, del lapislazzuli poi non ne parliamo. 
Constable è il più illustre, il più osannato maestro. Per lui si mettono in posa re e regine. I suoi quadri sono esposti nella sala grande in Accademia, nella posizione centrale e più favorevole allo sguardo, nel posto d'onore. Gli altri quasi gli fanno corona. Gli altri, Turner tra questi, i nuovi, i non ancora inclusi nel canone, sistemati nella sala minore: c'è una gerarchia di potere anche nell'arte, altrettanto ferrea ed escludente verso i non ancora omologati. 
Constable, come molti, dà gli ultimi ritocchi alla grande tela che espone: accurate, sapienti pennellate di rosso. Molto rosso dominante in un'opera costruita con grande armonia compositiva e accesa da questi tocchi di carminio e scarlatto. 
È con lui la sfida, lui il re. A grandi falcate Turner entra nella sala, osserva in silenzio, bofonchia qualcosa di inintellegibile come al solito. Esce, va via, ritorna. Ha raccolto sulla punta di un pennello un po' di rosso dalla tavolozza di un collega. Va dinanzi alla propria opera che tutti hanno giudicato bellissima, perfetta, e depone questa punta di rosso sulla linea che congiunge terra e mare. Un punto che stride col resto, solo un punto ma ben visibile lì al centro e che pare rovinare tutto. Poi teatralmente esce. 
Brusìo,  mormorii di disapprovazione dei colleghi per lo sfregio, l'umiliazione che pare aver autoinflitto alla perfezione della propria opera. Che sia matto?  
Constable no, lui capisce: la stoccata è rivolta a lui, coglie l'intenzione e l'allusione, capisce l'esito dell'azione del rivale. Stizzito, è lui ad andarsene umiliato. 
Turner torna, l'indice avvolto in uno straccio, si avvicina al quadro, raccoglie la metà inferiore della macchia rossa, la sfuma compenetrandola con la terra in basso. Ecco, la macchia rossa si rivela: il punto rosso è diventato una boa, l'approdo, il fulcro che reinterpreta il quadro, che lo carica di senso. L'uomo non c'è fisicamente ma ci sono le sue emozioni. 

-Turner, l'uomo, il carattere. 
Per un verso il film racconta quindi il contrasto di una libera visione creativa che indaga la natura quasi in un corpo a corpo per carpirne i segreti, il movimento, la forza( Leigh riprende l'illuminante aneddoto sulla sfida titanica del pittore che si fece legare durante una tempesta all'albero maestro della nave). 
Nel caso di Turner gioca un ruolo fondamentale la delineazione di un carattere che appare sanguigno, terragno, quasi primitivo negli appetiti, brutalmente egoista nel soddisfarli, tanto concentrato sulla propria visione da essere insensibile ai bisogni altrui. Tace, comunica poco, il più delle volte grugnisce qualcosa. Se vuole però sa essere salace e spiritoso e, colmo delle contraddizioni, quando chiede a una dama di suonare il Lamento di Afrodite di Purcell, si commuove tanto da non resistere, piangere come un fanciullo e unirsi al suo canto. La sua voce sgraziata, roca è però piena di emozione, un momento verità di ciò che quel burbero cela nell'anima. A volte Leigh lo riprende volutamente di spalle( siamo noi a dover entrare in sintonia con l'artista) come quando l'orrida madre dell'unica figlia illegittima che ha messo al mondo gli porta la notizia della sua morte e le sue parole e azioni appaiono dure, insensibili. Solo dal tremore delle mani possiamo dedurre le emozioni che comprime nell'animo e che talvolta sembrano trovare sfogo in una sorta di lamento da animale ferito. 
Magistrale,  efficacissima, giustamente premiata l'interpretazione di Timothy Spall capace di rendere tutte queste sfaccettature e contraddizioni, una intera gamma che va dall'animalesca sensualità ai momenti di delicatezza. 

Poesia e pittura. 
Tra i visitatori attenti che hanno compreso la grandezza del nuovo astro nascente Turner c'è Ruskin, il poeta, venuto con la sua piccola corte a conoscerlo. Leigh ne fa il ritratto di un giovane piuttosto antipatico, un po' saccente e verboso, chiaramente ricco e privilegiato. Sferzante contraltare sono il silenzio o le mordaci battute del pittore. 
Ritroveremo più tardi Ruskin e la sua corte, divenuta nel frattempo la nuova moda vincente, i Preraffaelliti, mentre l'astro di Turner sarà ormai al tramonto: spintosi nella sua ricerca pittorica troppo oltre, anticipa il futuro e risulta incomprensibile ai contemporanei.  "Cosa sono quegli impiastri?" "Ma ci vede o è diventato cieco?" Questi i mormorii che lo accompagnano, sussurrati educatamente dalla regina sino all'ultimo degli aristocratici committenti o conditi dagli sghignazzi dei commedianti nei teatri delle periferie. Il gusto premia ora un'arte tutta letterariamente costruita, quella dei Preraffaelliti, il loro simbolismo colto ma leggibile e levigato. 
L'artista Turner è ormai oltre.  Non incarna più lo spirito del tempo ma il futuro. 



*Un dagherrotipo per due, un treno.
La tecnologia cambierà il mondo, quindi anche il modo di rappresentarlo e l'arte. L'ha capito Turner, l'ha visto nelle immagini riflesse e nel prisma, l'ha sentito e riconosciuto negli sbuffi di vapore del treno che solca e trasforma la campagna. Lo vede ora nella bottega del fotografo che viene dall'America con questa nuova macchina che fa i ritratti. Fa domande, vuole capire com'è fatta, come funziona. Si farà il ritratto con la cara vedova Booth che ama e questo li legherà per sempre. Li vediamo teneri, rigidi, compresi nel rito della lunga posa. In bianco e nero, augurandosi che la macchina non scopra mai il colore a rubare il mestiere ai pittori. 
"Verrà un giorno che i pittori andranno con questa scatola in giro e non più con carta e colori", Turner l'ha capito. 

🎥Marisa Sapienza 













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