FURYO (MERRY CHRISTMAS, MISTER LAWRENCE), di Nagisa Oshima (1983)

Furyo, prigioniero di guerra, il più didascalico titolo scelto per la distribuzione italiana sposta l'attenzione sul singolo, secondo la logica individualistica occidentale dell'eroe solitario, laddove il doppio titolo originale Senjo No, merî Kurisumasu/Merry Christmas, mister Lawrence rende meglio che il fuoco del discorso è posto dall'autore Oshima  piuttosto sull'incontro tra uomini e culture entro il tempo sospeso e nel circolo chiuso di una vicenda che si svolge in una data, 1942, e in un luogo, Giava. 
Qui, nell'universo concentrazionario di un campo giapponese per prigionieri britannici, un mondo di guerra e "di ferro", di sterrati, palizzate, brande, cenci si comprime ed esalta il contatto tra due culture, due sistemi di valori, due militarismi che rigide logiche separano. 
Nagisa Oshima colloca qui, dentro la guerra ma in questa situazione di separatezza e sospensione, i quattro personaggi che farà incontrare quasi in una danza/duello in coppie di opposti. Si attraggono proprio perché l'uno è la parte oscura dell'altro, si attraggono e confliggono, destinati come sembrano dal destino a far emergere nell'altro contraddizioni e motivazioni profonde dell'agire.

Yonoi è il comandante del campo, elegante e altero nel suo kimono da combattimento come nell'uniforme imperiale. Il volto bello e severo dell'asceta, vive chiuso nella mistica bushido dei sette precetti della "via del guerriero", il codice cavalleresco dei samurai, uno stile di vita improntato al sacrificio e all'onore, alla assoluta coincidenza tra parola data e azione, da reputarsi questa già compiuta nel momento in cui le si è dato forma con la parola. 
Il grande musicista Ryuchi Sakamoto gli presta il volto e ne interpreta l'anima: gli chiese proprio questo il regista Oshima affidandogli la colonna sonora del film, un tema che rivelasse l'anima che Yonoi nasconde sotto la maschera. Il delicatissimo tema di Merry Christmas, mister Lawrence accompagna così le sequenze iniziali giocando sul contrasto tra volto e anima, volto che l'autodisciplina cui Yonoi si sottopone rende impenetrabile e note dolcissime della musica che ne rivelano l'anima anticipando il senso della narrazione, quei "forbidden colors" che solo l'incontro di anime farà fiorire. 

Il polo opposto della coppia si formerà con l'arrivo nel campo di un nuovo carismatico prigioniero, il maggiore Jack Colliers, un David Bowie puro fascino biondo e sorriso beffardo di sfida nei famosi magnetici occhi di diverso colore. Bowie ne incarna alla perfezione oltre l'aspetto esteriore soprattutto il demone interno che lo muove e lo spinge ad essere quel soldato sfrontato e audace che gli altri soldati ammirano ma che spinge troppo la sua sfida quasi corteggiasse e invitasse la morte. 
Vedremo emergere i fantasmi di un suo senso perenne e mai risolto di colpa attraverso i flashback che ne evocano giovinezza e passato nella campagna inglese, in famiglia e nel college poi: colpa che non ha mai perdonato a sé stesso è quella di aver tradito il ruolo di fratello maggiore, di non aver protetto il più debole che gli chiedeva aiuto. 

Oshima attinge per il suo racconto ai romanzi autobiografici dello scrittore sudafricano Laurens van der Post ( echi evidenti del nome dell'autore nel personaggio di mister Lawrence e nella battuta che parafrasa il titolo del suo romanzo Il seme e il seminatore), ex diplomatico che nel campo di concentramento, grazie alla conoscenza della lingua giapponese, assunse naturalmente la funzione di ponte tra i due gruppi, di facilitatatore della comunicazione e della comprensione. Suo lo sguardo tollerante ed empatico che ci accompagna nel racconto, sua la voce che narra le vicende degli uomini che vissero con lui quegli avvenimenti, sue le parole di speranza dell'uomo che getta un seme e sa farsi seminatore di futuro. 
Tom Conti ne interpreta l'ironia dolce e saggia, una maniera di essere soldato a volte vincente e a volte perdente, ma mai doma in quel contesto di uomini intrappolati in rigidi ruoli comportamentali. La sua apertura mentale, la mente sempre raziocinante temperata dalla pietas emergono anche per contrasto negli scontri di opinione col capitano Hicksley. I due inglesi incarnano infatti due modi di essere soldati e uomini: rigidità di carattere e chiusura presuntuosa sulle proprie convinzioni e appartenenze culturali contro flessibilità e volontà di capire una cultura millenaria strutturata su regole diverse. 

Il vero suo opposto è però un altro bel personaggio, il sergente Hara, ad interpretare il quale Oshima con felice intuizione ha chiamato l'allora debuttante Takeshi Kitano nel suo primo ruolo impegnativo. Hara è un uomo dalla psicologia semplice che ubbidisce senza troppe domande agli ordini dei superiori. Comprendiamo subito il rango di soldato povero e l'umile provenienza sociale dall'attenzione che pone alla possibilità che le vedove dei suoi soldati possano avere una pensione che le sostenga: pur incolpevoli accetteranno di darsi la morte facendo seppuku e il loro sacrificio varrà il sussidio per la famiglia. 
Solo l'ubriachezza da sakè nei giorni del Natale farà emergere il suo vero io scherzoso e fanciullesco sepolto sotto la maschera del guerriero implacabile. A guerra finita, accoglierà con stupore la condanna alla pena capitale comminata per "crimini di guerra". Non capisce, ma china il capo e accetta la morte: lui ha sempre servito fedelmente l'imperatore, è stato un buon soldato e un soldato ubbidisce agli ordini. 
Sul fermo immagine del suo volto Oshima concluderà il film, ancora una volta con un contrappunto sonoro che contaddice ciò che si vede con ciò che si sente: il riso e la voce bambinesca del feroce Hara che ha imparato quei suoni buffi degli auguri in inglese e quell'altrettanto buffa parola, Babbo Natale, e li ripete come un bambino con un nuovo giocattolo al suo nuovo amico Mister Lawrence. 
Oshima sceglie di chiudere così il suo film, su un istante che dà un senso nuovo a tutta una vita, sul seme dell'amicizia che un uomo ha piantato e fatto germogliare.

Un altro istante prezioso ha preceduto questo, un bacio che Colliers ha dato a Yonoi e che lo ha prima impietrito dal terrore e poi ne ha sgretolato le difese rivelandolo a sé stesso e unendoli per sempre. 
Seguirà un gesto di Yonoi, di pietas e amore certamente ma soprattutto di riconoscimento reciproco tra cavalieri che onorano l'uno il coraggio dell'altro: Yonoi taglierà una ciocca di quei capelli biondi tanto desiderati e la porterà al tempio per celebrare con riti la morte molto onorevole di Colliers. 
In questa morte solitaria ed eroica anche per lui come per il soldato Hara il momento estremo coincide con un riconciliarsi con la propria parte bambina e irrisolta, con un perdonarsi finalmente per il male fatto inconsapevolmente o per il bene che non si è fatto per il fratello più debole. Il film di una vita si riavvolge nella mente di Jack e noi ne vediamo i frammenti in quei flashback che spiegano il senso di colpa, le ragioni della irrequietezza che lo spingeva alle sfide, all'azione audace e pericolosa. 

Sopravvive il seminatore, Lawrence, la voce narrante, l'uomo che ha scelto di essere flessibile e ascoltare, l'uomo che non si scoraggia e sotto le divise e le divisioni continua a cercare nell'altro il simile a sé e costruisce ponti per un futuro possibile. 

🎥 Marisa Sapienza 










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