MOTHERLESS BROOKLYN, di Edward Norton(2019).
Nei registri dell'orfanatrofio in cui è cresciuto è segnato col nome Lionel Essrog, ma il vero nome, quello in cui si riconosce e con cui tutti lo conoscono è Motherless Brooklyn. Lionel ci tiene a chiamarsi così perché questo nome glielo ha dato Frank Minna, il suo mentore, quando lo ha preso sotto la sua ala protettiva insieme agli altri tre, quattro orfani che ora compongono il suo team di investigatori. Li ha scelti, li ha salvati dalla strada e Frank e la sua agenzia sono la cosa più vicina a una famiglia che Lionel e tutti loro abbiano.
Per gli altri Lionel sarebbe rimasto sempre lo "schizzato", il ragazzo strano da bullizzare, con quei tic che gli stravolgevano il viso da furetto e gli isterici "if", "if" che quella "cosa" che abita nella sua testa lo costringe a dire annodandogli pensieri e parole in strane rime e filastrocche. Frank Minna lo aveva difeso anche dalla suora che voleva raddrizzarlo a suon di sberle, gli aveva dato una identità, un posto nel mondo, un lavoro, degli amici perché aveva intravisto in lui abilità dove gli altri vedevano stranezze, trasformato in risorse le sue mancanze.
Cerca di spiegarle queste cose Lionel quando nel film ci parla in voice over e cerca di dirci di quella sua testa che pare di vetro e lo costringe a inanellare parole mentre gli occhi e il cervello velocissimi annotano tutto, contano, numerano, segnano. Su queste capacità Frank può contare e Lionel non lo ha mai deluso. Non lo deluderà neanche adesso che lo hanno fatto fuori e lui vuole indagare e scoprire chi ha tradito il suo mentore e perché.
È dura convivere con questo altro sé stesso che lo abita, per non dire di quella volta che uno schianto di bionda lo agganciò chiedendogli da accendere e lo spiritello lo costrinse a spegnere uno dopo l'altro i cerini che le accendeva perché dovevano fare un certo suono nello spegnersi e non un altro.
Solo le carezze della madre calmavano Lionel. Poi fu così solo con le parole di Frank.
Si può capire quali immense possibilità espressive Norton abbia visto per la propria recitazione nel romanzo di Jonathan Lethem e quanto abbia modellato sul proprio grande talento attoriale il personaggio fino a farlo aderire alla sua mimica e gestualità come una seconda pelle, spingendosi a voler firmare sceneggiatura, regia e partecipare alla produzione del film.
L'attore Norton è bravo, anzi bravissimo, e lo conferma anche qui. Forse però dovrebbe dimenticarsene un po': un artista raggiunge la vetta del suo talento quando impara a fermarsi in tempo, a togliere più che ad accumulare, a suggerire più che a gridare.
Nell'adattamento del romanzo di Lethem lo sceneggiatore Norton sceglie di trasporre la vicenda dagli anni '90 alla New York in grande cambiamento del 1950 costruendo le atmosfere del suo neo-noir tra gli slums che la speculazione dei corrotti vuole sventrare, le lotte degli attivisti per la casa a Brooklyn e le incursioni nella Harlem dei jazz club. Spesso si parla del passato per parlare più liberamente del presente. Echi della Chinatown di Polanski si colgono con evidenza in questa parte del racconto che descrive una New York del malaffare e di speculatori arrembanti, come nel ritratto del magnate Randolph si possono riconoscere il vecchio terribile Noah ma anche personaggi più recenti.
Gentrification è il nome di quel fenomeno, oggi globale e ben conosciuto, che si dà quando politica e affari saldando i loro interessi prendono di mira un quartiere, lo svuotano con vari metodi intimidatorii della popolazione residente, per declassarlo e poi speculare riqualificando. La sfavillante realtà di grattacieli di cristallo e ponti dall'architettura ardita lascia così sul campo le vittime che hanno patito lo sventramento di quei quartieri e la dispersione delle comunità che lì abitavano. Ieri nella Brooklyn di Lionel, oggi in tutte le grandi città.
Il Moses, detto Mo, Randolph del film è bravo a costruire queste cose: sul suo tavolo i magnifici plastici dei quartieri che fanno sognare i nuovi ricchi che li abiteranno, nell'ombra le manovre che gli garantiscono il controllo dei politici da manovrare e piegare ai propri interessi, suadente com'è lui nella parola quanto spietato, violento e amorale nell'azione. Gli presta con molta efficacia volto e fisico imbolsito Alec Baldwin. Sue le uniche sequenze estetizzanti che Norton concede al suo film nelle scene della nuotata in piscina dove la fotografia di Pope vira sui toni ambrati e fa sembrare che Mo nuoti nel whiskey o nell'oro.
Il doppio buono- e come tale, in quel mondo di pescecani, inevitabilmente il perdente- è il fratello idealista di Mo, Paul, l'architetto al cui talento, alla cui visionarietà si devono in realtà i progetti che Moses poi realizza espropriandolo della firma e intestandoseli. Nel film ha il volto spigoloso, tormentato e lo sguardo da angelo caduto di Willem Defoe.
Gugu Mbatha-Raw è la "tipa nera" che Frank seguiva, la bella e coraggiosa attivista che rischia per difendere la sua comunità e Lionel si trova ora a difendere.
Più che ogni altra cosa a restituirci il fascino e l'atmosfera di quegli anni sono le immersioni di Lionel nei jazz club tra quella gente di Harlem che sta creando una nuova musica e che sa ascoltarlo. 37 famosi bravissimi jazzisti firmano la bellissima colonna sonora che ritma il film come in un'unica lunga jam session mescolando alle scene le suggestioni e i timbri di Daniel Pemberton e Thom Yorke o Winton Marsalis e facendo rivivere Charlie Parker e mescolando il suono velato e triste della tromba di Chet Baker a quello frizzante di quella di Dizzie Gillespie. Dentro quegli arabeschi di note, nei disegni di quelle improvvisazioni gli spasmi e le contrazioni del volto e gli"if"compulsivi di Lionel si placano e trovano un senso, un ritmo che li accoglie e li calma, come quando era bimbo e sua madre gli carezzava la nuca.
🎥 Marisa Sapienza
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