IL POTERE DEL CANE (THE POWER OF THE DOG), di Jane Campion

Dormono ancora nei letti gemelli in cui sono cresciuti da ragazzi Phil e George Burbank e la sera parlano un po'. Lì, in quella grande casa in mezzo al nulla, i loro Vecchi, raffinati bostoniani com'erano, avevano deciso di trasferirsi e loro, i figli, che più diversi tra loro non si può, hanno tenuto duro e fatto prosperare il ranch.
È il 1925 e i Burbank vivono nel loro ranch, immersi ancora nello spirito della Frontiera mentre intorno il nuovo mondo delle leggi e dei commerci sta cambiando le regole. 
Un uomo li ha aiutati, il Lupo lo chiamano gli uomini del ranch e pure Phil, il nuovo capo. Vivono nel suo mito, il mito di Bronco Henry e delle sue gesta incomparabili. Ha insegnato loro tutto, ha dato l'esempio e le regole- e quelle mantengono la coesione del gruppo- che li hanno resi gli uomini che sono. Phil, che ne venera il ricordo, rolla cigarillos sottili e perfettamente chiusi con una mano sola mentre è in sella, così come a mani nude e con una mano sola castra il suo bestiame. Schizzi di sangue compaiono ogni tanto sullo schermo, come le sue mani silenziose che scuoiano e trinciano pelli o intrecciano corde o fruste. Polvere ovunque fuori, legni scuri dentro, severi e rispettabili, nelle boiserie di quercia delle grandi sale nella casa dei padri. 
Anche qui,in questi deserti di polvere, come in Lezioni di piano avveniva con l'arrivo di Ada, giungono un piano e una donna dal nome di fiore a rompere gli equilibri. Kirsten Dunst presta a Rose la sua bellezza morbida e un po' gualcita, come i petali di quelle rose che tanto ama e che George, il buono, il gentile e silenzioso George, le offre insieme al suo amore e al ruolo di nuova signora Burbank nella sua casa. A lei, a Rose, spetta quindi il ruolo di motore della storia, di "perturbante" che destabilizza dove aleggiano e legiferano ancora i Vecchi e le loro leggi. A lei, la vedova del dottore suicida, e al figlio adolescente dal fascino ambiguo, quel Peter che vuole studiare medicina come il padre e intanto disegna con precoce e sensibile talento, ritaglia fiori di carta e chiama la madre Rose e non mamma( "signorina", lo chiameranno nel dileggio che fanno presto a riservargli quelli del branco di maschi capeggiato da Phil). Phil, che li aizza, brucerà con provocazione uno dei suoi fiori di carta usandolo con disprezzo per accendersi il sigaro: la recita del machismo è sempre a beneficio degli altri uomini del gruppo e lo cementa identitariamente, separandolo dalla società delle donne e dal pericolo della svirilizzazione che la loro presenza rappresenta. 
Campion narra attraverso loro, George e Phil e poi Rose e Peter, di uomini che compiono gli allontanamenti necessari per crescere e diventare adulti( George) e di separazioni non compiute, strozzate come in Phil dalla rigidità della maschera virile indossata per proteggersi. Perché il principio femminile è il perturbante che può essere ammesso solo nelle due forme estreme: quella degradata della puttana del saloon( "ricordi, George bello, quando la Vecchia fece venire le"ragazze" appena si accorse che ci veniva duro?"dice Phil) o nella forma mitologizzata di deità superiore e lontana che custodisce regole e tradizioni( la Vecchia, la Regina...e Phil scrive alla Vecchia per informarla che George sta rompendo il patto tra fratelli e introducendo un cambiamento nelle loro vite). 
Da questo mondo di maschi che fanno e dicono cose da maschi esorcizzando il femminile George il silenzioso si separa, prima col silenzio poi coi fatti. Cresce, abbandona il clan, prende la sua donna ed "esce" dalla casa del padre imponendo le sue scelte: non è "gentilezza" la sua ma crescita, passaggio all'età adulta e riconoscimento dell'altro in Rose sotto forma di rispetto. Assieme a realismo, a consapevolezza dei propri limiti( "che male c'è se lei mi ama per la serenità che posso offrirle?" obietta a Phil che insinua e lo insidia coi suoi dubbi). 
La corazza maschilista di Phil è separatezza e impedimento, ma, capiremo poi, insieme difesa dai fantasmi omoerotici: li vedremo emergere nelle scene dei rituali di purificazione a cui Phil, il colto, il raffinato cultore di studi classici, si sottopone quasi a inselvatichirsi e nascondere la propria natura, quasi a emendarsi da una sensibilità sentita come una colpa. 
Tra gli sterpi, attraverso un cunicolo c'è un passaggio verso una radura e una polla d'acqua dove lo vediamo compiere un rituale segreto e selvaggio di cospargere il corpo nudo di fango e nuotare nell'acqua gelida o ungere devotamente la sella lasciatagli dal venerato maestro Bronco Henry. Dentro la sua tana, nascosti, i suoi ricordi di quel sodalizio assieme a foto di corpi scolpiti e terga maschili che le foto novecentesche catalogavano come studi anatomici o plastici. Esorcizza il femmineo dentro di sé nascondendosi sotto la scorza del rude mandriano che ostenta il puzzo di chi non si lava. 
Campion ribalta ancora una volta gli stereotipi del western mostrando la forza, la sicurezza, l'autonomia di giudizio dentro la gentilezza attraverso George e la fragilità, la paura dei propri fantasmi, l'incapacità di separarsi dal Padre nascoste dietro la maschera del machismo in Phil. 
 
Qual è il potere del cane, evocato dal titolo del film e tratto dalla Bibbia, ce lo rivela la scena in cui Phil, quasi nella veste di mentore di Peter, gli chiede cosa vede nel profilo di monti e colline di fronte alla casa e Peter lo sorprende leggendovi il profilo di un cane. Solo loro due lo vedono, non gli altri ed è un potente segno di riconoscimento tra loro, di una sensibilità affine. Solo che Phil nasconde intelligenza e sensibilità sotto la scorza di macho, il giovane Peter no. 
Nel salmo della Bibbia riferito alla crocefissione Gesù vedendo i centurioni accaparrarsi e spartirsi le sue vesti li ammonisce a salvare il liro cuore dal potere del cane, a non cedere cioè agli istinti più profondi, ancestrali e distruttivi dell'animo umano. 

Il grande respiro dei paesaggi neozelandesi, di cui la magnifica fotografia di Ari Wegner fa respirare persino la polvere e sentire il vento, merita una visione da grande schermo in sala, come la sola voce di Benedict Cumberbatch, calda e profonda com'è, consiglierebbe la versione non doppiata. 

🎥 Marisa Sapienza 









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