Riflessioni su mito dell'artista e dell'artista-artigiano ne Il filo nascosto, di P. T. Anderson

Arte/Artigianato. Potere/Artista (da intendersi in senso bidirezionale) in un film di P. T. Anderson, Il filo nascosto.
Dobbiamo rifarci all'Hauser che nella Storia sociale dell'arte ci racconta di Michelangelo che non vuole più essere chiamato pittore o scultore e snobba persino la concessione offertagli di titoli nobiliari o di Raffaello che vive come un principe rinascimentale  o, per contro, di J. S. Bach assunto ancora con "obbligo di livrea", per capire il lungo processo che ha portato l'artista a costruire il suo mito, separandosi dall'artigiano al quale era stato a lungo assimilato.
Con una sola sequenza il film di P. T. Anderson rende vivi e concreti ai nostri occhi questi temi, creando un personaggio che li incarna tutti e la cui vita è attraversata dalle contraddizioni, dalle nevrosi che ne ricava. 

Al risveglio, ogni mattina, la casa/atelier di Woodcock si anima: la sorella/vestale della casa e dei suoi rituali inflessibili apre le imposte e accoglie le lavoranti dell'atelier. Puntuali queste salgono le scale del palazzetto georgiano in cui W. vive e lavora, ai piani alti studio e camere private, negli altri l'atelier e le sale che accolgono il pubblico dei défilé.
Una gerarchia interna rigida tra loro che sale dalle lavoranti alle maestre rende questo luogo una perfetta, operosa, silenziosa macchina produttiva.
Tutte sono state selezionate, formate sotto l'occhio vigile, accentratore, del grande artista, tutte interpretano al massimo livello il proprio compito.
Presenteranno, compunte e ansiose, il risultato del loro lavoro collettivo al Maestro: a lui il verdetto finale, lui la mente, lui il creatore, lui anche il perfezionista artigiano che conosce ogni punto e sa come dev'essere dato e in che rapporto debba stare in un abito ogni cosa con un'altra, ogni dettaglio visibile e no.

Woodcock è però soprattutto mente che crea, Divino Artefice osannato dalle folle che ha il potere di interpretare, anticipare ciò che le donne non sapevano di desiderare e desidereranno.
Nuovo quindi il rapporto pubblico/artista, di seduzione e dipendenza reciproca, se vogliamo: l'artista dipende dal consenso del suo pubblico quanto il suo pubblico dipende da lui. Per W. la committenza di cui interpretare ed orientare il gusto sono le donne dell'aristocrazia nella Londra degli anni '50,  le dame del jet set internazionale o le ricche ereditiere come una Barbara Hutton riconoscibilissima nel film.
Ma chi dipende davvero dall' altro? Chi ha dunque il potere in questa relazione duale?
Ambivalente, dicevamo: W. ha il potere che gli dà la sua arte di trasfigurare le donne, dar loro l'illusione del glam, della luce, di farle sentire desiderabili, uniche, regine, ammirate.
Le sue clienti (glielo ricorderà la sorella, registrando un calo di visite e consensi) hanno il potere dei loro capricci, della volubilità del gusto e il denaro per assecondarla. La moda e il consenso fanno presto ad innalzare idoli ed a detronizzarli volgendosi altrove.

Quando un regista riesce a restituire il mood di un'epoca concentrando una così  complessa stratificazione di significati in poche bellissime sequenze credo si possa dire che è davvero bravo.

🎥 Marisa Sapienza


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