RICKY, di Francois Ozon (2009)

Se un narratore deve nascondere la chiave interpretativa un buon modo è metterla sotto lo zerbino, proprio accanto alla porta d'ingresso del suo racconto dove, per l'ovvietà del posto, a nessuno verrà in mente di guardare. Quando verrà in mente a noi spettatori di cercarla, riavvolto il film, ne  ripenseremo la fabula dipanandone gli intrecci. 

"Ammetto la sconfitta, sola non posso farcela"dice subito una tremante Katie ai servizi sociali di cui ha paura ma che sono i soli a cui può allo stesso tempo chiedere aiuto. Una madre in difficoltà che ha cresciuto da sola una figlia, un lavoro da operaia da tenere stretto, bollette e affitti arretrati da pagare, un incontro che pare portarle un momento di gioia e poi tante insicurezze, bugie e fughe, una bambina cresciuta senza padre e i suoi fantasmi di abbandono da fronteggiare: questo l'incipit realistico della storia di piccola gente del film di Ozon.
Ma, quali difese mette in atto la mente di una donna per tenere insieme tutto ciò? 
E se a questo si aggiunge un bambino "speciale" da crescere ancora una volta da sola? La mente, si sa, colorisce, abbellisce, fa il suo lavoro di compensazione. La narrazione si ibrida allora col fantasy. 

"Qualche mese dopo" è la nuova traccia che Ozon dissemina e di cui dobbiamo ora ricordarci riavvolgendo la trama, scoprendo per di più che c'è una inversione tra prologo ed epilogo. 
Lili/Melusine ha pochi anni, grandi occhi e uno sguardo serio e pensoso da adulta sul mondo dei grandi di cui legge subito le bugie. Ha comportamenti accudenti con la madre: la sveglia spesso lei al mattino, le versa il latte nella tazza, le dà forza quando lei sembra perderla e crollare. Sono unite come un'unica persona e questa fusione è scambio di ruoli e fantasie, forse talvolta pure il prezzo da pagare per sentirsi forti entrambe. 
Paure notturne di Lili e svenimenti di Katie ci ricordano che abbandoni subiti diverranno poi abbandoni inflitti e fantasie compensatorie seguenti. 
Lili indossa in casa le ali da angelo come ogni bambina che sogna ma fa domande da adulta alla madre che si trucca e si fa bella perché esce con un uomo, Paco: una bimba ha paura che la mamma non torni, conta il tempo e chiede "quando" tornerà non "con chi" esce. Lili vede per prima il tradimento, ma sa tacere, Lili si adatta a tante cose, anche a quella nuova presenza in casa. Poi però dice "è Paco, non è il mio papà". 
Lili, coscienza precocemente adulta, rassicura la madre nel momento dell'abbandono e della paura"ci sono qua io, mamma" ed è lei a dare il biberon a Ricky che piange mentre i grandi litigano. 
I grandi sono anche i curiosi, i vicini impiccioni dalle battute velatamente razziste ("viveva con un uomo, uno straniero"), i media che assediano per lo scoop del bambino prodigioso e Paco che si lascia tentare dai miraggi di fortune. Lili fa spallucce, non se ne cura, lei protegge i suoi cari. 

Cosa avrà scritto il medico nella cartella clinica quando infine Ricky viene visitato in ospedale Ozon sceglie di non dirlo: quale sia l'arido vero della diversità del bambino volante di Katie non lo sapremo ed è giusto così.
 La favola di RICKY è quella della compensazione di una assenza, di un lutto, di una separazione subita dolorosamente, di un senso di colpa che cerca il perdono ("non volevo abbandonarti, lo sai?"). 
La favola di un bambino "speciale" al quale l'amore, l'accettazione, la fantasia di una madre fecero spuntare le ali. 

🎥 Marisa Sapienza 






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