OGNI COSA È SEGRETA (EVERY SECRET THING) di Amy Berg, da un romanzo di Laura Lippman (2014)
Tutti i bambini guardano dritto negli occhi la madre, scrutano il volto degli adulti di riferimento, sanno leggerne le minime espressioni, la piega di un labbro, l'arco di un sopracciglio, un'ombra fugace sul volto amato o temuto.
Cosa accade nell'animo di una bambina che vede gli occhi della madre illuminarsi di compiacimento e brillare di ammirazione quando si posano non su di lei ma su un'altra bambina? Ronnie è il nome dell'altra, la bambina su cui la madre di Alice proietta le proprie fantasie della "figlia perfetta": la accoglie in casa quando Ronnie fugge dalla sua terribile famiglia, incoraggia l'amicizia delle due bambine ignorando i segnali di resistenza e gelosia della figlia, si riconosce in Ronnie, nel suo talento artistico precoce che, lei, Helen, maestra di educazione artistica in una scuola dove vede spesso misconosciute, contestate, le sue idee, sa intravedere e incoraggia. Gode della sua compagnia perché, oltre che bella e talentuosa, Ronnie è dolce e docile anche se questo è l'esito socialmente gradevole di una passività, di chi cerca affetto e interiorizza un senso di colpa.
Accade che si aprano crepe nell'anima di Alice e queste diventino voragini. Alice le colmerà ingozzandosi di cibo, costruendosi una corazza di grasso e di sentimenti distorti, distruttivi ma proiettati all'esterno. Alice si protegge così dal rifiuto degli altri, anticipandolo, isolandosi.
Accade che l'invidia per ciò che una bambina non ha la renda cattiva ma abile, manipolatrice scaltra dei sensi colpa che impara presto ad alimentare nell'altra, la rivale, brava a scaricare su lei le colpe mentre costruisce una immagine grandiosa di sé, a trasformare lo svantaggio dell'esclusione in un vittimismo vantaggioso e premiante, in un'arma sociale.
Eppure Helen è una "buona" madre agli occhi di tutti, sin troppo protettiva e accudente con la figlia fino ad essere vischiosamente intrusiva. Non le potremmo rimproverare niente.
Ma Alice quando è guardata da lei non vede la luce brillare negli occhi della madre, quella luce che riserva all'altra, legge piuttosto una muta domanda inespressa che la ferisce ogni volta come un coltello: perché non sei come Ronnie? Perché non cerchi di essere come lei?
Tutto si compie in un giorno, durante una festa di compleanno di coetanee in piscina. Alice, ansiosa di integrarsi, di essere socialmente accettata, è costretta dalla madre a portare con sé Ronnie, la sua favorita.
Ogni bambino vuole essere accettato dal gruppo e il momento dell'apertura dei regali è decisivo per saperlo: dalle reazioni si vedrà. Quando Alice, a cui la madre insegnante ha comprato un libro da portare in dono, legge la delusione nella reazione della festeggiata e l'implicito confronto con gli elogi riservati agli altri regali, ha una reazione difensiva e cattiva: distoglie l'attenzione del gruppo da sé su Ronnie, mostrando il dono che questa ha portato e non voleva più dare. È una piccola bambola nera che viene accolta da un silenzio e una non celata smorfia di disgusto. I bambini, si sa, sono cattivi, spietati perché diretti. Ronnie reagisce alla mortificazione col linguaggio che ha imparato in famiglia (chissà quante volte si è sentita dire "stupida puttanella") e con uno schiaffo alla madre quando questa la bandisce dalla festa.
Inizia così per le due bambine l'inferno che dovranno attraversare. Mentre, imbronciate, nemiche l'una all'altra, tornano a casa da una veranda un pianto di bimba attrae Ronnie. È un attimo, un impulso irresistibile: la bambola nera disprezzata dal gruppo sarà sostituita nella fantasia di una bimba di otto anni da una bambola vera, viva, che piange perché ha bisogno di lei e di cui lei sarà madre, una madre finalmente amorevole che cullerà, nutrirà, amerà come non hanno fatto con lei.
Da questo sogno infantile di compensazione, da questo nodo di psicologie distorte e intrecciate verrà tutto il male che accadrà nella vita di Alice, di Ronnie, di Helen e degli altri le cui vite saranno toccate dal velenoso groviglio.
La vicenda avrà un epilogo tardo, ben dieci anni distante da questo episodio iniziale. Questo introduce un ulteriore elemento nella vicenda, un elemento sin qui trascurato dalla narratrice, sia l'autrice/sceneggiatrice Lippman che la regista Amy Berg, a favore della dimensione psichica, delle motivazioni interiori si qui privilegiate: il ruolo dei media oggi nella maturazione di certe psicosi, nella strutturazione di certi caratteri in risposta a certe sollecitazioni esterne.
Nel film vediamo Alice, la goffa, la grassa Alice, consumare avidamente reality televisivi con la stessa voracità con cui mangia cibo-spazzatura: è esclusa socialmente ma capisce però benissimo come va il mondo, quali condotte premiano e come funzioni il mondo della comunicazione, come si conquista il favore di un pubblico. Ne ha interiorizzato I meccanismi e sa che, dinanzi alle telecamere, non conta la verità fattuale ma quello che sembra vero.
Nella società dell'immagine il narcisismo, anche quello maligno, costituisce piuttosto spesso un vantaggio, certo se ben integrato, se ben strutturato, costruisce personalità che conquistano spesso posizioni di successo e, come vedremo per Alice, visibilità e "innocenza".
Ronnie, la fragile, la bella, l'introversa e remissiva, ritorcerà invece contro sé stessa anche il senso di colpe non commesse e con cui ha convissuto.
Verità e giustizia saranno decise dal pubblico e da chi saprà manipolare il consenso.
Di un giocattolo fatto trovare ai detective e da chi si deve invece tacere, come di altri elementi che rendono avvincente questo buon thriller.
È il primo film prodotto da Frances McDormand ed è forse degno di nota che, come poi farà per Nomadland, ha anche questa volta scelto lei chi voleva che lo dirigesse, una regista.
🎥 Marisa Sapienza
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