LE REGOLE DEL CAOS, di Alan Rickman (2014)
Le regole e il caos evocati dal titolo sono le forze tra le quali occorre sempre trovare un accordo quando si progetta un giardino, a maggior ragione se questo è il giardino della nuova reggia di Versailles e se questa realizzazione è il desiderio di un re che il mondo chiama ormai il Re Sole.
Un giardino e due filosofie possibili su come crearlo: questo il motore del racconto di Alan Rickman, regista e attore nel film nella parte del re Luigi XIV.
André Le Notre, personaggio storicamente certo, è il maestro giardiniere del re, l'autorità indiscussa a cui fu davvero affidata la direzione dei lavori, innovatore ed erede insieme di una tradizione paesaggistica rinascimentale italiana innestata con l'esprit de geometrie francese. Nella sua visione cerca l'ordine, la simmetria delle siepi di bosso, l'armonica alternanza dei volumi geometrici. Pochi, contenuti, i fiori per la loro esuberanza coloristico-emotiva. È un uomo di successo, segnato nel privato dalla densa malinconia di una infelice unione matrimoniale.
L'esprit de finesse, contraltare necessario del rigore concettuale di Le Notre, vuole invece esprimere dell'uomo l'istinto, il sentimento, accetta anzi sollecita nei giardini l'emozione, l'accumulo, l'imprevedibilità delle forme naturali, "vede" immediatamente una natura animata e in movimento con piante che giochino col vento, che ondeggino, che mutino con le stagioni.
Sono queste le idee di Sabine De Barra, maestra giardiniera che lavora in proprio, convocata a corte con altri per la gara. Il suo progetto immagina un giardino che gioca con le ombre, coi suoni, con le presenze, un giardino che seduce, come la donna Sabine sedurrà presto tutti con la forza e l'audacia innovativa del suo sentire, col parlare diretto, con la sincerità delle sue reazioni e l'umanità delle sue parole. Sabine dal volto bello e dalla femminilità piena, morbida, di Kate Winslet farà così sgorgare l'acqua da conchiglie che fisserà asimmetricamente alle pareti del suo anfiteatro per creare una musica delle acque che si mescoli a quella dell'orchestra. Nasconderà questa in un golfo mistico velato da siepi e verzura, a rendere indistinguibili natura e artificio, a creare lo stupore e il meraviglioso per il diletto e la gloria del re.
Madame De Barra, questa donna volitiva, indipendente, padrona del proprio destino, che si impone in un mestiere di uomini, non è invece davvero esistita ma questo è uno di quegli arbitri storici che si concedono volentieri agli autori se tutti a vantaggio di una narrazione che appassioni.
È bello però pensare che i giardini di Versailles siano nati così, non solo dalla voglia di eternarsi di un re, di rappresentare un potere che si estende al dominio della natura, ma anche dall'incontro di un uomo e una donna che nell'amore compongono ciò che è in loro scisso o manchevole e anela a ricongiungersi col suo doppio.
Due scene danno ulteriore forza e spessore al film. Nella prima Sabine è introdotta nel gineceo delle dame e lì, cadute le maschere del lusso, dei privilegi, del rango, le si rivela la miseria di una condizione femminile che conosce i lutti, le umiliazioni, i tradimenti. Unica consolazione questo loro parlare tra donne, questo capirsi tra infelici.
L'altra è lo splendido cameo dell'incontro tra Sabine e l'uomo dimesso, pensieroso, in lutto che lei non sa essere il re. La franchezza e il calore umano di Sabine conquisteranno il re, ristoreranno il suo animo intristito dalla perdita, annoiato dalla falsità della vita di corte.
🎥 Marisa Sapienza
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