L'UOMO CHE NON C'ERA (The man who wasn't there), di Joel e Ethan Coen (2001)


Ne "L'uomo che non c'era" i titoli di testa scorrono sull'immagine di un oggetto/concetto, un oggetto con una forte valenza simbolico-interpretativa di tutta la vicenda narrata dalla voce fuori campo del protagonista al suo epilogo, come in tutti i noir che si rispettino: la colonnina di un barber shop con quella spirale rossa che sembra salire e in realtà sta ferma. Capiremo presto che nella sua contraddittoria mobilità immobile essa allude alla vita non-vita di Ed Crane, l'aiutante barbiere dalla vita insignificante, nell'estate del '49 in una qualunque piccola città della California. 
Crane, particella invisibile della società, resa tale dal suo silenzioso non esserci, dalla sua insignificanza ("un barbiere, è solo un barbiere" calcherà teatralmente i toni nella sua arringa l'abile avvocato Freddy Riedenschneider/Tony Shalhoub, a sottolineare l'invisibilità che viene garantita nel mondo dall'irrilevanza sociale del ruolo umile, servile che l'uomo ricopre: un uomo/funzione, un uomo/camice che il camice nasconde e rende invisibile).
L'uomo/particella riflette però sul senso e sul tempo così come sui capelli che crescono e sul perché crescono (la meccanica ripetizione dei gesti permette (purtroppo?) di pensare e, come dice tra sé e sé, una volta imparati i tagli principali, i gesti da compiere nel lavoro manuale si ripetono sempre uguali, alla catena di montaggio come sulla poltrona del barbiere). Crane avverte di non essere e ambirebbe esserci, cogliere o creare le occasioni per avere una svolta nella vita e riempirla finalmente di senso, di pienezza dell'essere. Allo stesso tempo, scegliendo il silenzio come difesa tra sé e gli altri vuole essere invisibile, un Ulisse che naviga il mare della vita protetto dal nome di Nessuno.
Cosa vuol dire esserci o, al contrario, percepirsi non esistenti? Quando si guarda quello che c'è (e il cinema è l'atto del guardare per eccellenza), l'atto stesso del guardare modifica quello che si guarda? L'astuto avvocato di Crane per instillare nella sua giuria il dubbio che sgretola e relativizza ogni presupposto di realtà, gioca proprio la carta del principio di indeterminazione di Heisenberg, perché i giurati che con le sue astuzie verbali sta manipolando lo associno a Crane e ne dichiarino la non colpevolezza (o almeno l'impossibilità di dimostrarla). 
Perché ci accadono le cose che ci accadono? 
Crane, barbiere silenzioso, che riflette e pondera ogni gesto e parola, ha certamente tutti gli strumenti cognitivi per capire la inverosimile, plateale  inattendibilità dell'untuoso, ridicolo millantatore con ridicola parrucca che gli propone l'affare del secolo. Eppure vuole crederci, eppure sollecita quasi la truffa, eppure chiude gli occhi e non chiede garanzie in cambio dei contanti che mette nelle mani del truffatore. Ma c'è poi davvero differenza tra chi truffa e chi é truffato? 
Corre incontro alla propria pulsione di morte in una sorta di cupio dissolvi, perché la morte dà significato a chi in punto di morte ricapitola la propria vita, ma in questo noir con tanti finali a sorpresa l'ironia del destino si diverte a mescolare e non far coincidere colpe e castighi. 
Si può uscire dalla prigione del proprio carattere come sogna Crane? Stare fermi e avere l'illusione di muoversi come la spirale del barber shop? Crane corre sì verso l'annullamento ma la catena degli eventi che mette in moto è una continua beffa alla logica e, pirandellianamente, sarà punito per un delitto che non ha commesso mentre resteranno invisibili per la società quelli di cui ha colpa. 
Ironia sublime tra le altre, Crane - che di Arte non sa nulla- trova pace ascoltando un Beethoven di cui non sospettava l'esistenza suonato da una adolescente che pigia diligentemente i tasti senza alcun talento interpretativo, come proverà a dirgli il maestro consultato per una audizione. E questa Patetica suonata da una dilettante sarà la colonna sonora del film della vita immaginaria di Crane, musica che gli porta pace perché lo conduce in una zona di sospensione del pensiero rendendo possibile la vita sognata, la fantasia velleitaria di riscatto che lo vede protagonista come compagno/Pigmalione della giovane futura concertista. 
Cos'è il mondo in cui si muove sentendosi estraneo Crane ce lo dirà poi la folla che si muove convulsa nel campo lungo, nelle strade o mentre parla e finge di divertirsi nei party. Quando poi i Coen inquadrano alcuni da vicino ne esce una galleria di personaggi scolpiti con pochi tratti, spesso in un unico gesto: l'occhio socchiuso dell'ennesima cialtrona/veggente fasulla come i suoi tanti anelli o la spiritata moglie dell'ucciso con le sue fantasie cospirazionistiche cosmiche che preferisce credere agli alieni e ai dischi volanti piuttosto che al tradimento del coniuge. 
Chi sono gli altri? Chi è davvero la moglie addormentata che C. osserva in silenzio nel sonno? I fantasmi sono forse una astuzia della mente che non vuole  vedere i segnali degli inganni che pure ci sono, nella moglie, nella ragazzina che tanto inesperta della vita non è, nell'amico che forse non è tale. Chi amiamo quando crediamo di amare? 
La maschera impenetrabile di Crane/Billy Bob Thornton si osserva come da fuori mentre un altro rade la sua gamba, vede i peli e il sapone galleggiare e sciogliersi nell'acqua mentre lui si dissolve finalmente in quella grande luce bianca. 

🎥 Marisa Sapienza 





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