"LOVE ME TENDER ", di Klaudia Reynicke (2019)
Love me tender, come nella canzone di Elvis, è un film in cui si usano toni surreali o grotteschi per narrare vicende esistenziali dolorose con un umorismo situazionista, che diresti nordico, alla Kaurismaki o alla Andersson per capirci. Questo sin dall'uso ironico/dissonante del titolo e sin dalla prima inquadratura: una giovane donna in tuta da sub corre incontro a una bambina e l'abbraccio si conclude con uno scontro in cui la bambina non può che finire a terra.
Sogna gli abbracci Seconda/Barbara Giordano e lancia invece pietre, oggetti presi per casa a chi la chiama da fuori. Soffia al gatto, in una completa inversione di ruoli tra umani e animali, oppone silenzi a chi parla con lei, buca gli occhi nelle foto della madre che è morta così, silenziosa come se dormisse sulla sedia, e l'ha abbandonata. Il primo, o forse non il primo, degli abbandoni che ha conosciuto. Balla in movenze spigolose, il viso bello, espressivo, devastato da dolore e lacrime.
Un post-it sul frigo annuncia il secondo abbandono, il padre.
Il film riesce a gridare il dolore dell'anima di Seconda e insieme la stranezza della vita, l'imprevedibilità degli incontri e della piega che possono assumere: un giovane ladro dal profilo stralunato che diventa improbabile amante, un riscossore di crediti poliglotta (Gilles Privat) che si trasforma in tenero corteggiatore/stalker e finisce in un bagagliaio.
La colonna sonora della Passacaglia della vita di Stefano Landi, un autore del '600, non dice forse che
"Come ti inganni
Se pensi che gli anni
Non han da finire
Bisogna morire
Bisogna morire"?
Seconda grida il suo rifiuto in faccia al padre che le ricorda le condizioni in cui è stato segnato il suo destino e a cui deve il suo nome: essere una "seconda chance" per loro, per i genitori che hanno perso l'adorata prima figlia Juliette, essere un rimpiazzo, un rimedio, la sostituzione di un vuoto.
Una agghiacciante rivelazione dopo un abbandono per rincorrere una giovinezza tardiva, fatta col tono dimesso e naturale con cui spesso si commettono ingiustizie e si feriscono le persone, magari "in buona fede", magari "per il loro bene".
Brucia la ferita del non riconoscimento. Se la gridano in faccia le ragazze nell'istituto, la leggono l'una nell'infelicità dell'altra.
Si sfidano e la sfida culmina in una sorta di danza nella sequenza clou del film, selvaggia, spigolosa, erotica, liberatoria, e quando la danza finisce e l'assistente chiede se vogliono che metta un po'di musica capiamo che la musica era interiore, che ognuno ballava il proprio racconto, le proprie emozioni.
"È un sogno la vita
Che par sì gradita
È breve gioire
Bisogna morire"
E rinascere, e prendersi per mano come Seconda.
Complesso, sfaccettato il personaggio di Seconda, straordinaria, autentica, l'interpretazione di Barbara Giordano.
🎥 Marisa Sapienza

Commenti
Posta un commento