LA FILLE INCONNUE (La ragazza senza nome), di Jean Pierre e Luc Dardenne (2016)

Liegi, periferia, ambulatorio della dottoressa Jenny Davin, che vediamo visitare gli ultimi pazienti della giornata. È una giovane donna calma, professionale, attenta. Ogni sua azione è mirata, il suo parlare con i pazienti umano, cordiale, ma senza affettazione.
"Se ti fai coinvolgere emotivamente", dice seccamente al giovane stagista Julien, "non avrai il giusto distacco per formulare una corretta diagnosi". 
La distanza garantisce questo e insieme il controllo di sé, il buon funzionamento, la buona pratica medica. Il successo professionale infatti ha già premiato Jenny con l'inserimento in un prestigioso gruppo di lavoro. 
La normalità di una routine di vita descritta sin qui dalla narrazione si inceppa quando accade l'imprevisto che ne fa saltare la logica. 
Da qui, da quando suonano alla porta, l'andamento del film diviene quello di una detection seppure anomala in cui l'azione e la lotta avvengono tutte dentro le coscienze. Gli inseguimenti non sono tanto sulle strade ma di persone che lottano con le proprie ombre e infatti si svolgono al chiuso, in luoghi angusti, come di coscienze messe a tacere dall'opportunismo, dalla difesa del proprio quieto vivere, dei vizi nascosti sotto la maschera. I cattivi poi, a vederli da vicino, più che altro si rivelano piccoli uomini vigliacchi, meschini. Somigliano tanto agli uomini "normali". 
Un'ora dopo la chiusura dell'ambulatorio, mentre Jenny e Julien si attardano per sbrigare gli ultimi adempimenti, suonano alla porta e Jenny vieta a Julien di aprire. Le regole, si sa, bisogna rispettarle tutti, anche i pazienti, anche i giovani medici come Julien che ancora sono pieni di slanci emotivi. 
Sarà il volto di questa ragazza senza nome che, terrorizzata, chiede aiuto e a cui lei non aprirà a non uscire più dalla testa di Jenny. Non prima, quando non le ha aperto, ma dopo, quando vedrà il suo volto e leggerà la richiesta di aiuto di quegli occhi e misurerà le conseguenze del suo sottrarsi. Questa visione, questo ricordo la perseguiterà, alimenterà I suoi sensi di colpa e darà origine alla sua "quête", la ricerca del solo, impossibile ma necessario, risarcimento a questa morte: il bisogno di dare una identità alla ragazza senza nome che ha bussato alla sua porta, la pietas che impone agli uomini perché si dicano civili di dare sepoltura a chi muore, almeno una tomba con un nome se qualcuno verrà un giorno a cercarla. Almeno un nome, almeno la dignità di essere umano. 
Anche i buoni come Jenny sono come noi, solo che il destino li ha costretti a guardare, ad assumersi la responsabilità anche delle proprie omissioni, a non girare la testa per farsi i fatti propri, per proteggere il poco o tanto che si ha. 
A loro, ai buoni, è solo capitato qualcosa che ha reso impossibile l'indifferenza: hanno guardato negli occhi altri occhi che chiedevano aiuto, attenzione, riconoscimento, pietà. Dopo non si è più come prima, non si può più far finta di niente, tutto qui. 

🎥Marisa Sapienza 


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