"LA MOGLIE DEL SOLDATO" ("THE CRYING GAME"), di Neil Jordan (1992)
Se nella vita l'incontro con l'eros è quello con la vulnerabilità della propria parte nascosta il film di Neil Jordan ne restituisce tutto il senso, l'emozione, la trepidante natura di evento che cambia la vita precedente.
Le condizioni perché nasca l'amicizia tra Fergus e Jody, soldati di una lunga, sanguinosa guerra irregolare che li vuole in Irlanda su fronti opposti e nemici, sono quelle della eccezionalità (Jody è prigioniero e Fergus il suo carceriere). Questo fa incontrare due persone che probabilmente non si sarebbero mai conosciute e capite, le unisce costringendole a guardarsi negli occhi (e guardare negli occhi, si sa, è scrutare l'uno l'umanità dell'altro e trovarci sé stessi).
La guerra quindi detonatore di sentimenti compressi e l'ideologia, le sue rigidità che scavano abissi, come maschera che cade spazzata via dall'incontro di anime.
Ha una moglie Jody, un grande amore, e ne affida il destino a Fergus: che gli giuri, se dovranno ucciderlo, se dovrà morire, che la cercherà, che le dirà che Jody l'ha amata sino all'ultimo istante di vita, che la proteggerà.
Così farà Fergus, benché clandestino: benché obbligato alla prudenza non può non onorare la promessa e cercare Dil.
Se nella prima parte il film di Jordan conosce l'accelerazione delle azioni di un film di guerra, il dinamismo e poi l'immobilità forzata della prigionia, dell'isolamento, nella seconda parte, dalla folgorazione dell'incontro con Dil il focus della narrazione è l'irruzione nella vita dell'eros perturbante, quella fascinazione che rapisce e chiude gli amanti in un cerchio magico lontano dalla realtà, dai suoi schemi e dalle sue certezze. Dopo è il tempo del crudele "gioco delle lacrime", come canta Dil nella scena indimenticabile che dà il titolo originale al film. E Dil conosce bene le lacrime e l'amore.
🎥Marisa Sapienza
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