DOGMAN, di Matteo Garrone (2018)
Poi la voce un po' querula, con la pronuncia un po' blesa di Marcello, il "dogman" del titolo, il mingherlino che I cani li capisce, li lava, li accudisce, li tosa per le mostre in cui vince le coppe come migliore acconciatore per l'orgoglio di Alida, la figlioletta che adora, per cui è il più buono e dolce papà del mondo.
"Amoore, bello, lo vuoi un biscottino?". Non la dimenticheremo più la voce di Marcello Fonte, la voce di chi, nato piccolo, mite, cerca di addomesticare una realtà più grande di lui e lo fa blandendo, recitando rituali di sottomissione al capobranco pronto ad azzannare, porgendogli il collo o indossando un collare da cane fedele.
Simone si chiama l'ammasso di muscoli che bussa periodicamente alla porta del suo negozio in cerca di cocaina. Sì, Marcello smercia per arrotondare, ma anche per sopravvivere, come tanti, e per tenere buono il suo carnefice. Simone lo coinvolge nelle rapine balorde che fa o nei pestaggi con cui terrorizza il quartiere, lo usa come palo e poi lo porta nel night a ballare e respirare un po' dell'ebrezza che danno i soldi facili, le donne, la coca e poi per assistere al potere terrorizzante che ha sugli altri. Lo costringe ad assistere alla violenza che gli esplode quando è fuori controllo come quella volta che distrusse la slot machine che gli aveva mangiato i 300 euro o quella volta che Marcello, fatto il colpo, dovè tornare indietro a scongelare il cane che quei balordi avevano messo nel freezer, povero "amoore", e Marcello gli aveva alitato il suo calore, lo aveva massaggiato, salvato. Questa la vita del gregario del capo, sempre a rimediare, a ricucirlo, a portarlo in salvo, a prendersi le botte.
Finché si ha qualcosa però si resiste, ci si fa piccoli, ci si adatta alle regole del posto. Quel qualcosa Marcello lo ha ed è Alida, il tempo felice che passa con lei quando la sua ex gli porta la bambina, le loro giornate al mare a fare le immersioni. Alida si fida del suo papà, si immerge con le bombole con lui mano nella mano, sicura, a esplorare i fondali e poi sogna con lui immersioni in mari più belli, dai nomi esotici che non si sa neppure quanto siano lontani quando li si cerca sulla carta geografica. E poi lì, nel quartiere, ha la sua piccola felicità Marcello, nel negozio che a fatica ha costruito, nelle tavolate con gli amici, nelle partite al calcetto. " Tutti qui mi vogliono bene, tutti mi rispettano" dirà inutilmente a Simone che lo vuole coinvolgere nella sua ultima follia.
Uomini e cani, dicevamo, essere capobranco o farsi gregari e sottomettersi: questa la legge spietata della sopravvivenza che leggeremo sul volto di Marcello mentre il commissario lo interroga e lui ingoia le lacrime di chi non ha scelta.
Una ellissi, felice scelta di Garrone, ci lascerà solo immaginare cos'è stato l'anno di carcere che ha vissuto il "cane di paglia" Marcello, ce lo lascerà indovinare e poi riconoscere dai segni sul corpo, nel volto invecchiato, indurito dalla rabbia introiettata. Conosce la rabbia ora Marcello e la misura colma del sopruso che un uomo può sopportare.
Cerca il risarcimento e il riconoscimento ora, il rispetto e l'accettazione del gruppo perché tutti sono soli senza gli altri, fossero pure Simone o gli amici della strada ai quali vuole ricongiungersi. Glielo farà vedere ora lui di cosa è stato capace: è forte ormai, li ha liberati lui anzi dall'incubo, dovranno ringraziarlo, riprenderlo con loro.
La macchina da presa in questo angolo di mondo inquadra volti di uomini che portano al guinzaglio cani e cani che guardano quello che gli uomini fanno, branco e lupi solitari, collari, gabbie e catene.
In terra, quando è bello, grandi spiazzi polverosi chiamati piazze, con quattro giostrine arrugginite per i bimbi, dove potresti ambientare un western.
Quando piove enormi pozzanghere fangose e un cielo grigio che ringhia tuoni minacciosi in alto e minaccia violenza in terra. Pilastri sbreccati e vite costrette dentro queste strettoie.
È Roma ma è uguale dappertutto per tutti i Marcello del mondo.
🎥 Marisa Sapienza
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