THE WIFE, di Björn Runge (2017)
"The wife" è un film che sarebbe riduttivo leggere unicamente in chiave di rivendicazione femminista, come l'ennesima storia di appropriazione maschile del talento di una donna. È anche questo ma non solo. È piuttosto un film sui "nodi" e sulla complessità delle relazioni in una coppia, su ciò che cova nel profondo e sui tempi lunghi necessari perché venga a galla, su vasi colmi e gocce che intervengono a farli traboccare.
Per Joan e Joe l'evento, la goccia, è l'annuncio del Nobel della letteratura a Joe, il conseguente viaggio dei coniugi a Stoccolma a ricevere gli onori e la gloria col coinvolgimento del figlio riluttante e risentito (scrittore promettente ma "traballante" nelle parole sminuenti del padre in pubblico). La figlia rende invece felici i genitori partorendo un nipotino proprio nei giorni del premio riproponendo inconsciamente il gioco dei ruoli: figlio problematico/oppositivo e figlio consolatorio, prolungamento delle aspettative paterne/materne.
Capiremo le radici delle mattane del figlio e le ritrosie e i mutismi della madre nel corso del dipanarsi della vicenda, intuendoli dagli improvvisi cambi di espressione nel viso spigoloso di Glenn Close/Joan, che ora si fa maschera impenetrabile, ora si scioglie di caloroso affetto, e dai flashback nei quali emerge la storia di questa unione: l'incontro tra la timida, riservata studentessa col dono della scrittura già rivelato in apprezzati saggi pubblicati su riviste e il giovane, carismatico, brillante professore di letteratura Joe. Il loro incontro mette in crisi il matrimonio di lui e cementa il loro sodalizio di coppia in cui le complementarità caratteriali e di talento si intrecciano.
Nessuna prospettiva si apriva alle donne nel sistema occidentale dell'arte, in letteratura, ancora negli anni '50,' 60 e oltre. È consapevole di ciò Joan, con malinconica lucidità, ma la vocazione a scrivere è per lei irresistibile.
Joe d' altra parte è brillante, intuitivo, portato alla socialità quanto Joan la rifugge, abile nella costruzione delle trame, nell'ossatura dei romanzi coi tempi giusti, i cambiamenti di scenario che avvincono così tanto il lettore alle vicende narrate: costruisce le impalcature che poi Joan, col dono della parola che ha, riempie di poesia, umanità, verità, penetrazione psicologica.
Chi è dunque l'autore dei libri che Joe firma? In quale momento della loro storia è scattato il patto tacito su cui è stata costruita la carriera di Joe e, soprattutto, chi lo ha iniziato, voluto, coltivato? Insomma, chi usa l'altro ma, più ancora, dopo decenni di vita e di scrittura insieme, dove finisce Joe e comincia Joan e viceversa?
Se il carattere chiuso, riservato, di Joan l'ha portata a scegliere per sé l'ombra spingendo l'altro nella parte illuminata della loro storia, alla ribalta, perché, ora che giunge il riconoscimento supremo a quanto ha contribuito a realizzare, Joan fugge, si ribella, vuole separarsi, togliere a Joe di colpo la stampella dell'amore oblativo che gli ha assicurato per tutta una vita insieme? Vediamo nel film Joan organizzare la loro vita, provvedere ai minimi bisogni dell'altro, chiudere gli occhi indulgente quando non vuole vedere e poi riaprirli per disapprovare: ha assicurato così la durata al suo matrimonio, ma ha pure confinato nella minorità il marito/figlio.
La visibilità di Joe peraltro non si è tradotta in forza e il suo successo mondano, sociale è stato pagato in termini di fragilità nella coppia.
Così forse avviene nei nodi, nei legami degli inseparabili: quando Joan si sottrae è Joe che si spezza, ma forse il suo dolore grida per entrambi.
Marisa Sapienza
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