"SHAME", di Steve Mc Queen (2011)


Se vuoi nascondere qualcosa il modo migliore è metterla in bella vista, sotto gli occhi di tutti.
Nel caso di un film che porta nel titolo la parola "vergogna" l'incoffessabile è occultato dalla estrema visibilità di vite vissute nell'esibizione continua di sé, nel culto di levigate perfezioni di corpi, di case, di stili. Case di vetro in cui sembra di poter vedere tutto ma in cui l'essenziale non trova posto. Uffici di vetro in grattacieli di vetro per vite in cui l'immagine sociale è tutto.
Brandon è così: visto da fuori sembra che abbia tutto, tutto ciò che abbaglia oggi, bellezza, successo, denaro. Brandon sa scegliere con gusto gli abiti così come ascolta Glenn Gould nelle Variazioni Goldberg o sceglie i vini al ristorante. 
L'importante per lui è non fermarsi un attimo, non restare solo con sé stesso, ma soprattutto non fare entrare nella propria vita qualcuno che, coinvolgendolo emotivamente, interrompa i rituali coi quali protegge il proprio nucleo oscuro.
La ricerca di un sesso meccanico, ripetuto, anonimo, esibizionistico, preferibilmente basato su uno scambio denaro/prestazione, riempie i suoi giorni e le sue notti a casa, al lavoro, nel metró, al pub, ovunque nella città i suoi occhi inquieti cerchino altri occhi inquieti per rubare attimi di piacere.
Nessuna gioia leggeremo nel bel volto di Brandon/Fassbender dopo ogni amplesso perché il suo volto contratto in una smorfia di dolore parla di fuga e disperazione. Dopo, come in ogni dipendenza, occorre una dose più forte di sesso per non incontrare di nuovo quella sensazione di vuoto, di dolore, di assenza di senso. 
Tutto nella vita di Brandon è organizzato intorno a questa sexual addiction, tutto è struttura difensiva che però si incrina quando la voce femminile implorante che, querula, chiede amore, attenzione nei messaggi di cui riempie la sua segreteria telefonica si materializza dentro la sua casa, a sconvolgergli la routine maniacalmente organizzata. 
È Sissy, sorella fragile, infelice e sessualmente promiscua che, come sempre quando è a pezzi, gli chiede aiuto. Come tante donne Sissy si aggrappa agli uomini, offre sesso ma in realtà vorrebbe da loro amore, calore, protezione. Da questa confusione ricava infelicità e frustrazione. Delusa, si spezza, si ferisce. Le braccia tagliuzzate portano i segni di queste cadute. Si infila nuda nel letto di Brandon che dorme, terrorizzato, destabilizzato da qualcosa che lo riporta indietro, forse a quello da cui fugge da sempre. Così la scaccia. Prova a dirlo a Sissi che si sente ogni volta riportato indietro, in trappola, imprigionato in un senso oscuro di vergogna. 
Nulla ci è stato detto esplicitamente del suo passato perché Mc Queen sceglie di non dirci attorno a quali traumi si è strutturata questa sessualità così estrema, compulsiva, distorta.
"Non siamo gente cattiva, veniamo solo da un posto brutto", ripete Sissi per difendersi.
Due sono le sequenze in cui il talento dell'artista visuale Mc Queen emerge e scolpisce immagini potenti e indelebili di una realtà urbana capovolta, lucida fuori, livida dentro: Sissy che canta nel night il suo dolore interpretando una versione blues, accorata, di New York New York - rovesciando così i nostri ricordi del sogno americano cantato da Liza Minnelli nella tristezza dell'inappagamento- e Brandon che vede una scena di sesso consumato contro una grande vetrata in un appartamento vicino e corre a riprodurla nel proprio appartamento con una prostituta, allo stesso modo, contro un vetro, perché da sotto altri vedano come lui ha visto. 
 Pochi istanti prima ha fallito miseramente l'unica possibilità di un incontro con Marianne, la collega che pure gli piaceva, lo attraeva: non è riuscito a fare sesso l'unica volta in cui aveva pensato di unire sesso e amore, scambio e attrazione vera. 
Per Brandon solo sesso svuotato di ogni contatto, mediato attraverso una fantasia su un giornale pornografico, o rubato, fugace e degradato, sempre più sporco, sempre più "shame". Nella sua corsa per la città sulle note di Bach, mescolate al bel tema dalla colonna sonora di Escott, una New York dalla luce livida riflette la sua ricerca di emozioni sempre più brutali, autolesionistiche,e noi riconosciamo un'altra citazione cinematografica, un altro ultimo tango. Era proprio lì, in bella evidenza, nel nome del protagonista, Brando. 

🎥 Marisa Sapienza

Commenti

  1. Regista di talento estremamente interessante al di là della sua capacità di produrre immagini che transitano nei vari, e diversi, specifici del ‘visuale’ tout-court. Politico e sociale sono un’unica cosa in Steve Mc Queen, così come il privato, che spesso per i personaggi diventa un participio passato.
    È un piacere leggerLa, Marisa Sapienza.

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  2. Fantastico Steve McQueen. Fantastica recensione.

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