"ROMA", DI Alfonso Cuarón (2018)
Entriamo nel film con una ripresa dall'alto, seguendo il movimento dell'acqua che cade a secchiate, quasi un'onda che viene e che va sugli scacchi bianchi e neri del porticato di casa Cuarón. Acqua e cacca, tanta, di due cani. Scompare quando Cleo la raccoglie e ne lava via le tracce, per poi riapparire subito dopo, inesorabilmente, sempre uguale, sempre daccapo come ogni lavoro di casa.
Ecco, se ci ripensa, quel portico nella casa della sua infanzia era sempre così.
E questa era la vita di Cleo, la serva mexteca sempre presente nei suoi ricordi di bambino, silenziosa e operosa, una vita al servizio degli altri, con amore e semplicità di cuore. Di giorno sempre a rifare i letti di sei, sette, persone, sempre su e giù per le scale con le braccia piene di panni da lavare e una grande casa da rigovernare, di notte sempre l'ultima a spegnere le luci.
I bambini la adoravano: solo con lei Sofi si rassicurava quando le cantava le canzoncine mettendola a letto, quelle che fanno fuggire gli incubi e venire i sogni belli, e Paco con lei non si sentiva solo e incompreso quando Toño gli faceva i dispetti e il fratello grande gli diceva che era una femminuccia. Lei conosceva i gesti semplici, quelli vincenti coi bambini, quelli per i quali i grandi non hanno mai tempo o voglia o memoria della propria infanzia: se Paco non poteva rispondere perché era "morto", anche lei si sdraiava e non poteva rispondergli perché era "morta". La comunicazione funziona così coi bambini, quando ci si mette alla stessa altezza, né in alto o in basso.
Lei, la signora Sofia, doveva sempre correre al suo lavoro di biochimica all'università e il "dottore", si sa, era sempre fuori per congressi e ai bambini occorreva che ci pensasse lei. La vita scorreva così per Cleo, tra i due piani della casa e la cucina in cui c'era l'altra servetta Adela con cui dividere il lavoro e i momenti di piccolo innocente svago di un cinema e primi appuntamenti coi ragazzi.
Due uomini tradiranno nel film, diversi per classe sociale, uguali perché tesi all'autosoddisfazione dei propri sogni e bisogni e insensibili a quelli dell'altro. Simili anche nelle modalità vigliacche della doppia fuga, dalle responsabilità e dalle spiegazioni. Il "dottore" non manderà più denaro per i figli, svuoterà la casa di quello che la rendeva tale, libri e ricordi, si fingerà, mentendo, fisicamente lontano, all'estero, mentre lo è solo con un cuore che insegue ormai altri sogni e progetti di vita con una nuova compagna.
Analoga brutalità di abbandono da parte di Firmin, il fidanzatino a cui ha creduto, che ha pensieri solo di gloria e avventure e riserverà a Cleo le parole sprezzanti e crudeli "sguattera de mierda".
Due donne sono lasciate nel film, tradita la loro dedizione all'altro. Due donne diverse per classe sociale ma rese simili dall'abbandono dell'uomo in cui hanno creduto. Diverse sin qui perché la libertà di autodeterminarsi, di realizzarsi nella professione dell'una, di Sofia, la padrona, la signora borghese, poggia sulla delega ad altre donne del governo della casa e la crescita dei figli. "Manita, Manita, porteresti una tisana?", "Manita, Manita, sono le 13, c'è Sofi o Paco o Toño..."
Diversa la classe, uguale sarà poi la solitudine di donna che le renderà sorelle in una condizione condivisa " Ricorda, Cleo, che noi donne siamo sempre sole" dirà nella lucidità della sbronza la signora Sofi a Cleo. Sole a fuggire le insidie, sole a fronteggiare bisogni, debiti, macchine inutilmente pretenziose di cui disfarsi per vite da riorganizzare. Bastarsi, ecco il da fare per la loro piccola società di donne che emergerà dal naufragio.
Le storie parallele e divergenti della padrona e della serva e dei loro bambini, quelli reali e quelli solo pensati, incontreranno la grande storia in due momenti corali e decisivi del film. Uno è la grande festa di Capodanno coi suoi due livelli sociali degli ospiti cosmopoliti del piano di sopra, signore dei gringos americani con la loro puzza sotto il naso e che festeggiano ogni cosa sparando e classe altoborghese messicana che ne imita gli atteggiamenti, festa dei camerieri e lavoratori della fazenda al piano di sotto( ma"niente cameriere di città che si danno tante arie come le loro padrone", assicura l'amica che invita Cleo, perché c'è sempre chi sta sopra anche tra quelli che stanno sotto).
L'altro vede le manifestazioni studentesche contro il regime, il grande corteo, la repressione militare, gli spari che giungono fin dentro il grande magazzino dove la vecchia signora, la madre anziana di Sofia, ha portato Cleo a scegliere la culla per il bimbo che tutti loro aiuteranno Cleo a crescere.
Commovente l'amorosa cura con cui il regista ricostruisce i ricordi in bianco e nero della sua infanzia, gli oggetti veri recuperati per ricostruire il set della sua memoria di tutto ciò che faceva di quelle pareti la sua "casa" per poi accorgersi che tutto quell'amore e quel calore c'era perché ruotava intorno a quella presenza silenziosa, la servetta Libo a cui dedica il film e che qui chiama Cleo. Cleo che partorì nel dolore e crebbe bambini non suoi in case non sue.
🎥 Marisa Sapienza
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