"UN AFFARE DI FAMIGLIA", di Kore-eda Hirokazu

C'è una forte intesa tra Shota, un ragazzino dallo sguardo vivace e schivo, e Osamu, il padre, di quelle tese che non hanno bisogno di tante parole. Lo percepiamo subito, dalle prime inquadrature di loro due, esperti taccheggiatori in un supermercato. 
Si coprono l'un l'altro, conoscono i tempi e i segnali impercettibili da scambiarsi. Si intendono con uno sguardo, si proteggono. 
Per strada si imbattono in una bambina piccolissima, visibilmente denutrita e smarrita. Yuri si chiama e porta i segni di percosse pesanti. La prendono con loro ripromettendosi di cercare poi genitori e casa ma intanto di soccorrerla. 
Sono in tanti nella casa tradizionale di Osamu: una ripresa dall'alto ce la mostrerà, piccolissima scatola di cartone schiacciata tra i palazzi enormi, affollata dentro di persone e cose accatastate. Ma c'è una tavola al centro e una buona zuppa fumante: una bocca in più da sfamare per loro non è un problema. C'è una nonna che si mette subito a cucire e sferruzzare per una bambina e una giovane donna che le taglia i capelli e le dice che è bella, molto carina, e che, vedendo i lividi, le insegna che se qualcuno ti vuole bene non ti picchia ma ti abbraccia, ti asciuga le lacrime e vuole che tu stia bene. Questo fa presto a significare "mamma"per Yuri: una persona adulta che si prende cura di una bambina, che la aiuta ad avere una percezione positiva di sé, che accoglie e protegge. 
Shota ha forse momenti di gelosia per le attenzioni che tutti riservano alla piccolina e allora spetta a un padre attento aiutarlo a far diventare questi sentimenti negativi una attitudine protettiva da fratello maggiore. Osamu fa questo, con le parole giuste, con gentilezza, così come sarà altrettanto vigile e attento nel cogliere i primi turbamenti puberali di Shota e a rassicurarlo, così, con semplicità, da uomo a uomo, che è tutto normale, che sono segnali di crescita. Ne rideranno insieme. 
Tutti si arrangiano per portare qualcosa in casa: un lavoro in stireria per una delle due giovani donne vale il lavoro da spogliarellista per l'altra. L'importante è la zuppa calda al centro del tavolo, l'importante è una nonna che nota che hai i piedi freddi e te li scalda, una mamma che ti porta bei vestitini, una giornata a mare tutti insieme a giocare a rincorrere le onde, una sera nel cortiletto a guardare i fuochi d'artificio stando seduti tutti insieme per sfuggire alla calura. 
Se famiglia è questo scambio di intimità e mutuo soccorso, questo calore nei rapporti, questo rassicurarsi nella vicinanza reciproca possiamo dire che la famiglia di Osamu è tutto ciò. Povera, poverissima, ma famiglia. 
Ai poliziotti che lo interrogheranno poi, quando tutto precipiterà e velocemente sapremo noi spettatori come si è formata e cosa lega questa famiglia, Osamu dirà che ha fatto quel che ha potuto. Nei colloqui dai quali scaturirà il conflitto di mentalità tra filosofia di vita di Osamu e morale corrente, legge, diritto, a poliziotti, avvocati, assistenti sociali che gli rimproverano di aver insegnato a Shota a rubare dirà con sconforto e candore "gli ho insegnato quello che sapevo". E per quelli come Osamu, nati tra i diseredati, quella di arrangiarsi è un'arte che è vitale trasmettere, la morale un lusso che non possono permettersi. Così sarà questa la vita anche per Shota. 
A meno che non intervenga un elemento terzo a offrire un altro modello di uomo sul quale costruirsi, un fattore educativo esterno a mostrare al ragazzo un altro modo di essere uomo. 
Questo appare sotto forma di un anziano padrone di negozio che, accortosi del furtarello di alcune caramelle, chiama da parte Shota, lo rimprovera perché insegna a rubare alla sorellina Yuri, porgendogli al contempo due ghiaccioli. Una lezione di etica di un uomo anziano e saggio, impartita con tolleranza e umanità. 
Più tardi, trovando chiuso il negozio e ricordando quanto gli aveva spiegato la sorella sul peso che hanno i furti nel far fallire i piccoli negozi, Shota proverà un senso di colpa. Capirà e il suo capo chino farà capire a noi l'impercettibile mutamento interiore. 
Altre cose avverranno, altre scopriremo sulla reale rete di rapporti che ha fatto nascere questa "famiglia" e che la lega. Altre spiegazioni ci saranno tra il giovane Shota e il suo imperfetto "padre", affettuoso, un po' vigliacco, ma- se Shota ci pensa-sempre accanto a lui. Shota avrà pure lui qualcosa da confessare a lui("l'ho fatto apposta a farmi prendere"). Perché si può sbagliare ma si può ammettere di aver sbagliato se nel tempo si è costruita una fiducia. Forse col tempo Shota potrà pronunciarla quella parola che per ora gli resta in gola, papà. 
Lo sguardo dolcemente anarchico di Kore-eda Hirokazu ha costruito una trama di rapporti familiari decostruendo ciò che il senso comune intende per famiglia, porgendoci il dubbio se madre è chi si preoccupa per te o chi ti ha partorito, se padre è chi fa in modo che tu senta uno sguardo sollecito su di te e ti insegna la vita, come può e sa, o colui di cui porti per legge il nome. 
"Noi ci siamo scelti", dice sorridendo complice Moemi a "nonna". Forse come dovrebbe avvenire per tutti i rapporti affettivi. "Nonna", a sua volta, ha scelto loro perché vuole vita e confusione attorno a sé, non morire fra altri vecchi nell'ospizio. 
Un bel film di un Ken Loach (a cui dice di ispirarsi)ma con più ironia e meno ideologia, meno impegno e più anarchia.
Un autore che preferisce destabilizzare certezze e lasciare liberi i suoi spettatori la morale e il giudizio di costruirseli da sé. 

🎥 Marisa Sapienza 


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