"MANK", di David Fincher
Mank è per gli amici degli Studios Herman Mankiewicz, lo sceneggiatore di Quarto potere a cui vogliono negare il diritto di firma in un film che sente, sa, essere suo per la innovativa costruzione narrativa che ha adottato, col parlato che riproduce realisticamente frammentarietà e sovrapposizioni delle voci. Una ben orchestrata partitura la dirà Truffaut.
L'antagonista è il debordante, immaginifico enfant prodige di un cinema che con lui sta cambiando, Welles, il ragazzo di 24 anni per avere il quale Hollywood non ha badato a spese e al quale ha garantito libertà creativa illimitata. E poichè le ombre troneggiano con più evidenza dei corpi Fincher lo evoca così, enorme nella sua incombente assenza, mentre presta lo stanco, sfatto fisico del sessantenne Oldman all'allora quarantenne Mankiewicz per renderne sullo schermo la stanchezza morale, assieme alla pulsione autodistruttiva di un carattere in lotta con l'inutile lucidità della mente.
Quarto potere è preso a pretesto per raccontare piuttosto le vicende controverse del suo farsi e in quanto spartiacque tra un prima e un poi nella definizione dei rapporti tra parola e immagine incarnati dai due: una idea autoriale, mitica, del cinema che individua il primato nella visione sintetica dell'Autore (relegando al ruolo di comprimari quasi anonimi sceneggiatori, montatori, tecnici di luci e di macchina, attori, etc.) si opporrà con Welles, vincendo, a quella antecedente del cinema come frutto di una equilibristica, quasi miracolosa sinergia tra talenti e spinte diverse (condizionamenti produttivi e distributivi compresi, ieri come oggi). Il linguaggio infatti questo fa, scompone, ordina, analizza la realtà che vuole rappresentare e l'intellettuale Mank così concepisce la sua sceneggiatura di trecento pagine. Welles la taglierà a favore della sintesi potente e innovativa della sua visione. Di Picasso il biografo Richardson diceva che quando guardava un lavoro altrui ci si meravigliava che dopo qualcosa restasse ancora sul foglio, perché questo fa spesso l'onnivora fame creativa del genio, ingoia, mastica e risputa il nuovo, l'inedito, il prodigioso.
Come sempre avviene artisti ed autori, cercando l'ancoraggio e la legittimazione, scavalcano il passato recente e scelgono un momento considerato fondativo di una nuova grammatica : questo spiega in Mank la scelta degli anni '40 spinta sino a riprodurne nel digitale l'estetica vintage con le sue imperfezioni, sfocature, ma con la morbidezza di un bianco e nero evocativo.
Il convitato di pietra nel braccio di ferro tra sceneggiatore e regista, il terzo incomodo silente e potente è il produttore, per Welles e Mankiewicz il magnate Haerst e l' esecutore Mayer, per Fincher e il suo film oggi Netflix e la volontà della piattaforma di fare il salto qualitativo e produrre film d'autore. Perché un film è, oggi come allora, anche un prodotto industriale e in quegli anni negli studios se ne metteva a punto la formula, il dosaggio e se ne tastava l'uso allargato alla formazione del consenso, alla manipolazione delle coscienze, alla propaganda politica.
In uno dei più sapidi flashback vediamo così Mayer esporre sbrigativamente la sua teoria utilitaristica del cinema a Mank e al fratello. In un'altra ancora, precedente, respiriamo invece il clima della fucina di idee da cui scaturirono tanti film, vediamo le menti brillanti che Hollywood arruolava, i Perelman, Kaufman, Haecht, spesso intellettuali europei in fuga,, seconde generazioni come i fratelli Mankiewicz, spesso ebrei, spesso socialisti. Sulla porta chiusa del pensatoio un cartello avverte di fare silenzio, "geni al lavoro". A definirne il clima una rastrelliera di sigari e una segretaria/stenografa nuda con due stelline di paillettes sui capezzoli.
Al capitale non importa il loro senso critico, possono comprarlo: a Mank che, sorretto dall'alcol, gli vomita addosso la poco onorevole verità della sua ascesa dietro l'ostentazione del lusso e del potere, Haerst divertito racconterà la parabola della scimmietta e dell'organetto: così tiene lui gli intellettuali, alla catena, a suonare a comando, seppure vestiti di una livrea di seta.
Il cinema è bugia che diventa verità, che ti fa credere che King Kong sia alto come un palazzo di dieci piani e Mary Pickford a quarant'anni sia vergine, spiegherà Mank in un'altra scena, lo stordimento ricercato nell'alcool sempre a non impedirgli la lucidità. Per la fabbrica dei sogni gli anni sono quelli in cui questo nuovo potere sarà sperimentato in politica e sarà chiesto agli Studios di fabbricare falsi più veri del vero e in grado di far pendere il risultato delle elezioni dalla parte vicina agli interessi di Haerst, i repubblicani: finti i telegiornali, false le interviste a falsi uomini della strada, falso, studiato, il discorso strappalacrime del magnate Mayer che chiede alle maestranze sacrifici e riduzione di paghe per far fronte alla crisi ("come sono andato?").
Quel che non può comprare, il socialista Upton Sinclair e la sua probabile vittoria, Haerst lo può ottenere con l'inganno, la manipolazione e il gioco sporco di quelle che chiamiamo oggi fake news.
Il punto di vista critico degli intellettuali sul sistema lo si può pure lasciare affiorare in alcune battute dentro le favole che così bene si confezionano a Hollywood : così dentro la favola di Sabrina si lascerà esporre la legittimità e reciproca convenienza di un classismo formalmente democratico ma sostanzialmente non permeabile con la teoria del mondo fatto come una limousine che viene messa in bocca al saggio papà di Sabrina, autista che sa stare al suo posto: davanti, con un vetro trasparente a separare le classi. Seguirà l'altra salace battuta su come sia strano che sia considerato democratico il ricco che sposa il povero e non viceversa.
In fondo un po' di pepe socialista ("comunista", direbbe sbrigativamente Mayer) rende più saporita la vivanda.
Oltre che con l'estetica vintage del film Fincher indica in modo più sostanziale il senso della sua operazione facendo di Mank un film dichiaratamente scritto sin dalla sua strutturazione in capitoli introdotti da titoli/didascalie dattiloscritte.
La distribuzione attraverso le piattaforme è avvenuta sin qui con film concepiti al di fuori di esse, nell'era (lontana?) del grande schermo e della sua aura. Con Mank si è fatta committenza oggi di film autoriali. Fincher pare indicare col suo film "scritto" una risposta registica possibile per film pensati oggi per i piccoli schermi luminosi individuali che pure ricreino magia e suggestione. Il film indica una direzione vincente, nuovi Welles permettendo.
🎥 Marisa Sapienza
Mank non è un film vintage. E" proprio errato il termine come noto da quando sono in Italia. Vintage è il gusto di un passato più o meno recente che ha implicazioni commerciali attive sull' attualità,come moda,dischi in vinile,VHS,auto,ecc, può arrivare massimo agli anni 60',i 40' sono ampiamente storicizzati anche perché la guerra li taglia fuori dal Nuovo Mondo.. Fincher confezione un film dal gusto retrò senza mai scadere nel classicismo barocco,ricrea un mondo che,almeno dal punto di vista del film che si sta preparando, è assolutamente in contatto con la nostra attualità,moderno,vitale.Sull' idea di socialismo mi sono fatto grasse risate( come puoi immaginare),una bufala di un gruppo di ricchi benpensanti borghesucce utopisti che insegnano a " condividere la ricchezza" al popolo. Avevo amicizie del genere un tempo ma le ho sepolte in modo poco garbato. Si deve condividere la povertà perché l' essere umana sta bene solo sotto dittatura,e i fatti odierni lo mostrano ampiamente. Che poi sia confuso e scelga quella sbagliata fa parte di un potere mediatico,sempre legato ad un sistema scolastico che genera solo ignoranza,che lo porta a credere in favolette ( contraddizioni in termini) tipo condivisioni di ricchezza,democrazia e schiocchezzuole varie. I signori sceneggiatori per quanto dorata,vicino sempre in una gabbia e mercificano la donna esattamente come i loro padroni.Condivido più le posizioni di Hearst che quelle delle cosiddette "vittime " dalle solite idee massificanti e vuote.Io il film l' ho visto al cinema e al cinema ho apprezzato la fotografia,recitazione,montaggio,profondita' di campo,ecc. Se poi mi si viene a dire che si può apprezzare anche sullo schermo del PC rispondo sempre con una grassa risata come quando mi dicono che con gli studenti ci vuole un rapporto moderno e amicale. Mi odiano. E va bene così.
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