"AMOUR", di Michael Haneke
Per entrare hanno dovuto forzare la porta ben chiusa dall'interno dopo il cambio della serratura per il tentativo di scasso che avevano subito. Il gas aveva saturato il grande appartamento perchè il professore aveva sigillato bene tutto col nastro da imballaggio. Sul letto, composta, un bell'abito e il viso finalmente sereno, c'era la moglie, Anne. Georges aveva circondato di corolle variopinte di fiori il suo viso perchè nel suo ultimo viaggio tornasse a sembrare quella Madonna preraffaellita che l'aveva fatto innamorare.
Non cominciano così i film gialli e questo certo non lo è. Sappiamo già tutto, così come della vita sappiamo che comincia e poi finisce, e che a volte questo accade per una fine subita, a volte no. Nessun mistero da scoprire nel film di Haneke, se non quello dell'amore e del dolore e di come a volte sono intrecciati.
Nell'unica scena che ci porta fuori dalla loro casa conosciamo la coppia a teatro, una coppia confusa tra le altre, a loro agio nell'ambiente di musica e cultura di cui hanno intessuto le loro vite fatta di riserbo e discrezione. Hanno entrambi quella bellezza diafana, ormai trasparente degli anziani che sono stati belli da giovani. Festeggiano un allievo di Anne, ormai divenuto un affermato concertista. Promette che verrà a trovarli, a raccontare, ad omaggiare riconoscente l'insegnante che gli ha dato tanto.
Ma la vita di una coppia anziana ha spesso come unico orizzonte desiderato la propria casa. La sua tranquillità, i tanti libri, il pianoforte, gli oggetti amati, questo l'abbraccio che conforta e offre loro la bella grande casa di Georges e Anne. E poi c'è il loro esserci l'uno per l'altra, le opinioni scambiate con grande garbo, con vero interesse per quello che l'altro pensa e dice, i piccoli gesti come carezze lievi sull'anima ("ti ho detto che eri molto carina stasera?").
Si dicono spesso "grazie" Georges e Anne, sanno chiedersi scusa. Hanno saputo traghettare il loro incontro dall'innamoramento all'amore e Amour ci racconta l'amore vero, quello finalmente liberato da quella patina dolciastra e artificiale che gli hanno cucito addosso.
Sono ormai una cosa sola, si capiscono con uno sguardo, ma Anne, dopo quell'assenza di cui non conserva memoria, dopo quel lunghissimo istante in cui la sua mente è andata via, vuole che Georges prometta che non ci sarà l'ospedale un giorno per lei e lo chiede ora che può, guardandolo negli occhi per leggervi la sincerità dell'impegno.
L'armonia dei giorni sereni come un filo si spezza dopo quell'annuncio. Poi l'ictus, poi l'operazione.
Assume tutto su di sé Georges, preserva lei, come protegge allontanandola la figlia accorsa e inquieta. Esclude gli altri da un vissuto che ha diritto al pudore e di cui è geloso custode (che la figlia, musicista anche lei e lontana, possa vivere la sua vita). Custodisce la loro intimità di coppia, l'orgoglio e la dignità con cui hanno sempre vissuto. Vaglia le persone che dovranno entrare in casa per aiutare, vede i gesti bruschi, meccanici dell'accudimento gestito da mani estranee, privi di delicatezza ed empatia, viziati da preconcetti ("non la assecondi, sa, i vecchi sono come i bambini").
Valuta e licenzia: vuole per Anne l'amorevolezza e il rispetto che le è dovuto, ormai prigioniera com'è di un corpo che non risponde più. "Mal, mal" l'unico suono che riesce ancora ad articolare.
Recitano i corpi in questo film, i passi incerti, i corpi rigidi, parlano anche i silenzi che non hanno bisogno di parole, gli sguardi attenti o le carezze lievi sulle mani venate di una rete azzurra.
Due saranno i messaggeri che parleranno alla coscienza di Georges : un sogno, un incubo anzi, in cui non trova la direzione mentre vaga nella casa allagata e poi un piccione che entra dalla vetrata colorata quasi cercando Anne e che il professore prende con cura e poi libera.
Haneke riesce a fare un film delicato come un merletto e che pure mostra senza veli ipocriti, anzi soffermandosi con lunghe riprese fisse, ciò che abitualmente non vogliamo vedere, la fragilità dei corpi, il danno imposto loro dal dolore, l'offesa nell'ultima stagione della vita del dovere essere manipolati come oggetti, rivoltati,, svuotati del proprio vissuto, resi dipendenti dagli altri, privati di ogni facoltà di decidere per se stessi.
C'è un prima e un dopo nella storia dato dall'evoluzione della malattia di Anne, solo nel prima c'è posto per gli altri, i vicini gentili, la figlia preoccupata e che vorrebbe, non si sa come, intervenire, la visita dell'antico allievo al quale chiedere di suonare quella Bagatella studiata con lei.
Niente musica di sottofondo a suggerire le nostre reazioni emotive, basta la forza della realtà.
Il piccione rientrerà nella casa vuota e che nell'ultima inquadratura appare più luminosa.
A volte solo l'amore sa cosa è giusto fare, quando trattenere e quando lasciare andare.
🎥 Marisa Sapienza
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