"THE ZERO THEOREM", di Terry Gilliam
Nella casa dell'hacker Qohen dal rosone gotico in alto non piove luce divina: una luce intermittente pulsante come un flipper viene da un fuori animato dal perenne Truman show di un caotico pop, un flusso continuo di lusinghe pubblicitarie di paradisi del consumo "qui puoi fare ciò che vuoi", "puoi mangiare senza ingrassare". Per i bisogni spirituali una religione di Batman reclamizza salvezza da maxischermi colorati. Miniauto elettriche per uomini soli sfrecciano a fingere vite con una meta, colori fluo in abiti sgargianti mimano identità nelle vite anonime, vuote, intercambiabili di un nuovo proletariato tecnologico urbano. (Tu sei uno"strumento", rivelerà poi il giovane genio informatico Bob al cercatore di "senso della vita"Qohen). Qohen, abitato da troppe sollecitazioni, paure e paranoie, parla di sé col Noi della dissociazione e sogna buchi neri che inghiottiranno il Tutto, mentre macina dati e numeri e pedala dalla sua postazione alla Mancom, il management che ha l'uomo e il suo bene nel nome ma il profitto nel core del suo business.
Tutti connessi, tutti Bob di cui è inutile imparare il nome perché tutti vuoti a perdere dopo averli spremuti. L'hikikomori Qohen vive con le sue mille fobie con le quali reagisce alle sovraeccitazioni sinaptiche quotidiane (si gratta, si contorce di smorfie al contatto fisico, non regge lo sguardo...) da recluso volontario in un dentro/tana abitata dai relitti del sacro, una chiesa sconsacrata popolata da angeli, madonne, santi, acquasantiere/lavelli per i piatti. Qui le rovine coesistono coi totem della modernità tecnologica: schermi e telecamere ovunque ("non abbiamo niente da nascondere, no?") e l'occhio di un dio/telecamera che guarda dall'alto e lo segue ovunque. Qohen resiste perché aspetta Godot, una "chiamata" che gli rivelerà finalmente il senso della vita. Crede di averla ricevuta una volta, sotto forma di telefonata interrotta. Ritrovarla è l'ossessione che lo tiene in vita.
Qohen porta il sacro nel nome che, letto per esteso, Qohen Leth, suona Qohelet, l'Ecclesiaste, il libro sapienziale di re Salomone. Nel nome, nel suo etimo, porta insomma la sua missione nel mondo di colui che anima il dibattito, che pone le domande, che si interroga sul bene e sul male, che si dice che se la morte è la fine di tutto, tutto è Vanitas vanitatum. Qohelet sa che tutto è vanità e "l'uomo non ha niente più della bestia", Q.,come lo chiama Bob (una etichetta è più che sufficiente a distinguere uno strumento dall'altro) divide infatti la casa con innocenti colombe e topi saggi e lesti a cogliere il buono della vita sotto forma di pizza. Illusorio ricominciare dal disconnettersi dal Moloch ingoia dati (utile solo momentaneamente lo strumento primordiale/martello), illusorio ricominciare dalla triade uomo/donna Bainsley/quasi figlio Bob. Anche l'immaginario amoroso è ormai tutto dentro la grammatica consumistica della felicità. Alla psicologa virtuale che gli chiede cosa gli dia gioia Qohen risponde però "ricordare il sapore del cibo di una volta", quando eravamo umani e connessi realmente alla vita, alle persone. Ci restano anche, intatte e potenti, le domande.
🎥 Marisa Sapienza
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