"THE TRACKER", di Rolf de Heer
Tre uomini a cavallo marciano nel bush australiano sin dentro il centro rosso, l'outback. Non hanno nome perché sono archetipi e ne inseguono un altro, il Fuggitivo. Li guida un altro senza nome: a lui, e agli altri come lui, non serve perché non ha identità dentro un mondo categorizzato dentro gli schemi mentali del razzismo. È un aborigeno e a lui ci si può rivolgere con le parole del disprezzo e della disumanizzazione, boy o nigger ad esempio.
Hanno maiuscole i nomi degli altri a cavallo, il Fanatico, il Veterano, l'Ausiliario: uomini che credono di avere il potere ma in fondo sono anonimi anch'essi, variabili delle possibili risposte al tema del potere dell'uomo sull'altro.
Per costruire un buon western non occorre ambientarlo necessariamente in cañion e praterie del West, gli archetipi funzionano anche nell'Australia colonialista del 1922. Qui il Poliziotto coloniale bianco e razzista si serve di una guida indigena, il tracker del titolo, interpretato da David Gulpilil, per trovare il presunto assassino e stupratore di una donna bianca, l'aborigeno Fuggitivo.
Porta un collare al collo come una bestia il Tracker, va a piedi nudi ed è tenuto alla catena, ora lunga ora corta, dal Poliziotto a cavallo. L'uomo col fucile non si fida ma ha bisogno di lui, del suo fiuto, del suo antico sapere nell'arte di orientarsi, di trovare risorse per la sopravvivenza, di leggere segni dove l'occhio superbo dell'uomo bianco non vede niente.
Interrompono la narrazione verbale flash di quei quadri a punti multicolori che poi gli aborigeni hanno dipinto per i mercati occidentali e che hanno fatto tante fortune: interpretati come "astratti", in realtà mappe per orientarsi nel bush o mappe mnemoniche per ricordare complesse genealogie matrilineari tra clan geograficamente distanti.
Western australiano quindi ma anche film storico e documento antropologico su una cultura la cui dignità fu a lungo negata dai colonizzatori e vide gli aborigeni considerati subumani non recuperabili, non integrabili alla "civiltà".
Gulpilil, sornione, grandioso attore che interpreta la Guida, finge accondiscendenza mentre prende in giro l'ottuso tronfio poliziotto, ne lusinga lo stupido orgoglio chiamandolo Capo, Padrone, mentre gioca con lui come il gatto col topo, sviando, tendendo tranelli, perché il Bianco non trovi il Fuggitivo. Perché tra fratelli nell'oppressione ci si aiuta pur senza conoscersi. Si sanno le regole, le tradizioni, i pericoli, le ingiustizie.
Il Fuggitivo poi è accusato di un delitto/tabù nel mondo dei bianchi, anzi il tabù per eccellenza del nero che stupra la donna bianca. Non c'è Legge, non Giustizia se non tra uguali dentro un paese colonialista e razzista.
Sempre conviene agli oppressi nascondere inizialmente la propria intelligenza, sempre mimetizzarsi per preservare la propria cultura in attesa di ritrovare il sentiero verso casa. A noi che rileggiamo la storia del Tracker e del Fuggitivo resta la libertà di scegliere di chi seguire le tracce perché, come canta la calda voce blues di Archie Roach nella colonna sonora del film "All men choose the Path they walk".
🎥 Marisa Sapienza
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