"THE SQUARE", di Ruben Östlund

Dà il titolo al film di Östlund una installazione di una artista argentina, un quadrato di quattro metri per quattro ritagliato nel selciato e circondato da una striscia luminosa, che il direttore di un museo di arte contemporanea acquista e di cui deve curare la promozione. Nel mondo di rarefatta eleganza intellettuale che ruota attorno all'opera e ai destinatari del suo messaggio concettuale irrompe il caso, la pietruzza che inceppa l'ingranaggio, imponendo l'urgenza della sua Forza maggiore. Nel film precedente, Forza maggiore appunto, la domanda implicita nella trama riguardava la famiglia, il nucleo primario della società (è possibile civiltà, dialogo, condivisione se viene meno la fiducia?) e l'imprevisto che faceva saltare tutto era la slavina che aveva visto reagire il padre istintivamente, egoisticamente, con la fuga. Gli scoppi di piccole cariche con cui si pretendeva di scongiurare le valanghe smentiti anch'essi dall'evento cui l'uomo tecnologico non crede fino all'ultimo ("tranquilli, è tutto sotto controllo"). 
Qui, in The square, il bullone che un destino luddista si diverte a gettare nel congegno ben oleato della vita di Christian è un furto di smartphone e portafoglio, un fantasiosamente bene orchestrato furto con un copione che vede un gruppo di attori/complici. Nel mondo ideale di Christian il quadrato magico che dovrebbe essere "un santuario di valori, di civiltà condivisa" è possibile perchè dentro il patto democratico e molto corretto politicamente. Le differenze di ceto, di razza, di genere paiono non esserci. Tutto giunge ovattato, smorzato dalla cultura. Michael invece, l'aiutante che lo aiuta a localizzare la refurtiva, gli insegna come muoversi, quali codici linguistici usare per la lettera con la quale vuole inchiodare il colpevole e farsi restituire il maltolto. 
Lui li conosce perchè, ormai integrato, viene però dal ghetto, dal grande casermone in cui le città rinchiudono gli invisibili, il tappeto sotto cui nascondono gli uomini che sono la polvere della storia. Sa come ragionano, sa come parlano. Christian prova persino il brivido dell'eccitazione  nell'intrufolarsi nel palazzo/ghetto, nel giocare per un attimo con la trasgressione, lo stesso brivido che d'altronde pensa di offrire agli ospiti con la performance dell'uomo scimmia. Un mondo sempre più intellettualisticamente separato dalla propria parte istintuale, animale, ha forse bisogno di un gorilla che abiti il proprio elegante salotto. Nel museo di Christian un artista ha collocato mucchietti di ghiaia a dire esistenze individuali vuote, presto spazzate via dal tempo, dall'incuria, dall'ignoranza. Eppure un cartello grida "tu sei niente". Una catasta di sedie si erge in artificioso, bizzarro equilibrio in un'altra sala. Eppure il sonoro in loop della sua rovinosa prevedibile caduta stava lì ad ammonirci di non credere al miracolo dell' "andrà tutto bene". L' arte come detonatore, l'arte come rivelatore del cinismo, dell'insignificanza. Nulla di più, nulla di meno. E poi il grido di quel bambino del ghetto, coscienza integra, sola fra tutti, offesa nella sua dignità che esige scuse e risposte e, giustamente, le pretende. 

🎥 Marisa Sapienza

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