"HOLY MOTORS" , di Leos Carax
Carax, il regista, abita il retrobottega del cinema, il luogo dove si fanno le immagini che saturano le nostre menti, più ipnoticamente vere degli accadimenti per noi, spettatori sonnolenti di vite rappresentate su schermi, avidi di emozioni, incapaci però di provarle se non mediate dalla loro rappresentazione. Siamo fatti ormai della consistenza delle citazioni e riconosciamo come vero nelle nostre esistenze solo ciò che somiglia alla sua rappresentazione filmica. Altra vita non è concessa alle identità fluide, multiple, che abitiamo per un tempo breve, quello, non altro (hai 30 minuti? si chiedono l'un l'altro i giocatori) fissato da una Agenzia invisibile che manovra il gioco. Interpretiamo ruoli in generi ormai codificati entrando con Oscar in musical, thriller, videogame.
Film del postmoderno, citazionista, film dei tempi liquidi che rendono impossibili trame lineari, entriamo e usciamo con Oscar in esistenze possibili. A volte troviamo in esse la violenza di cui necessitiamo per sentirci vivi, altre volte squarci di strana bellezza come nella marcia delle fisarmoniche o come nella danza dell'amore nella sequenza motion capture. È questa la mimesi di un amore estetizzato, svuotato, di corpi digitalizzati. Resta la nostalgia di contatti veri ricercati nella ferinità di Oscar/mister Merde. L'uomo/occhio della cinepresa continua a invocare Beauty, Beauty dinanzi al feticcio della Bella, ma si illumina nell'immaginarla assieme alla Bestia che le ridarà vita.
Sarà però un amore sterile: l'estetica della bellezza patinata, dei fiori e del denaro che Merde mangia è nutrimento che non dà nutrimento, amore è dunque stimolo/erezione senza passione e scambio. Anche la nostalgia del Sogno Romantico può essere attivata (per 30 minuti, non più. Li abbiamo?) da una Jean Seberg rediviva che canta da un grande magazzino dismesso come dalla tolda di un Titanic in cui si inabissa la realtà delle nostre vite. Per un'altra mezz'ora Oscar recita il ruolo di padre per una figlia che recita il ruolo di figlia, come ad inizio di giornata nel ruolo di banchiere salutava con mano i figli che gli auguravano buona giornata dalla villa bunker a forma di nave per poi contare profitti e armamenti, da buon banchiere.
Giochi di ruolo che vanno giocati, copioni che vanno interpretati al meglio, come ci si aspetta, con le domande giuste e le risposte che ci si aspetta di sentire. Anche la morte ha il suo copione, il gioco ultimo che gli umani interpreteranno prevede qualcuno che stringa la mano e pianga con devozione filiale. Oscar e la figlia devota interpreteranno bene il dolore, per poi scusarsi: altri appuntamenti, altre emozioni incalzano. Di Oscar/Vogel abbiamo già visto nella scena del cimitero la lapide che recita" visitate il mio sito", l'unica identità che abitiamo davvero.
Noi, monadi/limousine viaggiamo nel flusso del tempo chiusi nei nostri abitacolo. Il film chiude il cerchio, dal sonno al sonno. Vale la pena di tendere l'orecchio per ascoltare cosa si dicono le macchine stanche quando vanno a dormire...
🎥 Marisa Sapienza
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